Le “Petites comédies” di Estelle Lagarde

INTERVISTA A ESTELLE LAGARDE   di Laura Fanti

La fotografia cammina lungo binari improntati alla specularità dell’organica manifestazione del così detto “reale”. Dal primo suo rivelarsi tentiamo di farla deragliare, di manipolarla, di ferirla, piegandola alle nostre necessità, snaturandola con tagli, prospettive, incursioni pittoriche, movimenti in camera oscura, photoshop…non paghi della sua restituzione del mondo sensoriale.

I lavori di Estelle Lagarde si apparentano a quei curiosi risultati della fotografia in studio di artisti africani come Malick Sidibé, Seydou Keita o Philip Kwame Apagya, dove la mise en scène, il décor – a volte dipinto, come nel caso di Apagya – attestano l’urgenza evocativa di mondi altri, di fantasie sopite che giocano con la pretesa del mezzo fotografico di restituirci senza orpelli il mondo attorno a noi. Così Lagarde non si accontenta della presa sul reale e dirotta a suo favore la macchina fotografica per creare ambientazioni sospese tra sogno e rievocazione, dove fluttuano donne senza identità o personaggi in maschera, che insistono su spazi chiusi, claustrofobici, luoghi di nessuno, inabitati da tempo ma dai quali emergono prepotentemente tracce inquietanti di vissuto. Finché la giovane fotografa francese si troverà a far fronte ad un incubo più reale ed inquietante dei suoi sogni e lo sublimerà allargando lo sguardo alla coscienza dei suoi spettatori…

Laura Fanti : La mia prima domanda riguarda la tua formazione: ci puoi raccontare quando hai capito che ti saresti dedicata alla fotografia?

Estelle Lagarde: All’inizio c’è una storia d’amore. Nel 1995 l’incontro con un artista che dipinge e fotografa, il quale, notando la mia pazienza nel fare gli scatti durante i nostri viaggi, mi incoraggia presto ad immergermi nella fotografia. Mi guida, mi insegna gli elementi basilari dell’inquadratura e della stampa, mi critica, mi aiuta ad avere fiducia in me stessa e, soprattutto, mi inizia al cammino artistico e all’autocritica. Passo giorni interi in bagno a stampare, ma la tecnica non è l’essenziale. Perché? Perché si fa tale o tal’altra fotografia? Cosa significa una bella foto, una bella stampa, una bella inquadratura?

Passo progressivamente da fotografie intuitive, d’ambientazione, di notturni, a luoghi immersi nella nebbia, a delle mises en scène, sempre alla ricerca di un certo mistero, di una certa narrazione.

Nel 2000, quando prendo la laurea in architettura, decido di consacrarmi alla fotografia artistica, e nel 2003 iniziano le mie collaborazioni professionali.

Chi si occupa di fotografia riconosce la sua natura di arte complessa, intrecciata alle arti visive, dove occupa una posizione particolare, e contemporaneamente al giornalismo e alla documentazione. Che posto senti di occupare in questo panorama? O non te ne curi?

Mi sono allontanata ben presto dalla fotografia documentaria o giornalistica, devo dire che non mi interessavano molto effettivamente. Una rappresentazione troppo evidente della realtà non mi tocca, a meno che non sia molto rivisitata come in Koudelka o Mickael Kenna ad esempio; ma la cosa che mi interessa in fotografia è la possibilità di    auto-crearsi un universo che si allontani dalla realtà o di raccontarsi delle storie. Il movimento pittorialista, Joel-Peter Witkin, Duane Michals, Francesca Woodmann, o, più recentemente, Gregory Crewdson, Désiré Dolron o Laurence Demaison, sono delle pratiche che comprendo, che mi portano altrove, che mi turbano o mi fanno sognare.

Nei tuoi lavori ho notato una sorta di contrappunto: ti interessi ai luoghi vuoti e vertiginosi dove l’essere umano è un fantasma informe ma anche al corpo umano visto da molto vicino dove, al contrario, non c’è posto per niente, una sorta di claustrofobia…sei d’accordo?

In effetti, penso che nelle diverse serie che ho realizzato si possa trovare una sensazione di reclusione. Gli scatti sono stati fatti sia in interni dove non c’è nessun rapporto con l’esterno se non per la fonte di luce, sia di sera (la serie 2440 ne La traversée Imprévue), cosa che chiude lo spazio. La serie Adénocarcinôme (sempre parte de La Traversée) è ugualmente chiusa in un tipo di inquadratura e intorno ad uno stesso personaggio e a un’introspezione. Tuttavia, spero che l’abbozzo di narrazione che può emergere dalle immagini permetta allo spettatore di lasciare spazio alla propria immaginazione.

Il tuo ultimo progetto, il già citato La traversée imprévue, è un progetto molto coraggioso, radicalmente autobiografico, dove la fotografia è un occhio interiore…azzardo a dire che il sentimento che si prova negli istanti più duri e terribili ci porta a fare delle azioni incredibili e inconcepibili fino ad un istante prima… ci puoi raccontare il tuo progetto? E il rapporto con il medium fotografico in quei mesi terribili?

Non ho avuto scelta: era necessario fare questo lavoro. Sentivo di dover dire molto o condividere a proposito del cancro. Il progetto mi si è imposto come un’evidenza. Non avevo esperienza in questo tipo di lavoro. Di solito cerco ambientazioni per le mie immagini, sono la fonte primaria, ma in quel caso le cose si sono invertite, non c’era più nessuna ambientazione. C’ero io soltanto, unico testimone autorizzato era lo strumento fotografico che mi metteva in contatto con la società con il “fuori”.

La fotografia è ancor di più di un occhio interiore. Ha avuto un doppio ruolo: mi ha permesso di avere uno sguardo su me stessa, che volevo accettare, e sostituiva l’occhio esterno, quello al quale mi sottraevo, ma del quale avevo bisogno per conservare la mia identità.

Le diverse mises en scène mi permettevano di dare senso ai trattamenti, di non subirli ma utilizzarli per uno scopo creativo, così accettavo meglio gli effetti secondari. Ero intimamente legata alla macchina fotografica, potevo comunicare con essa senza timore, non mi rimandava le sue paure o le sue angosce. Assorbiva le mie e me ne liberava. E ancora una volta, soprattutto, mi permetteva di raccontare delle storie. Diverse storie a partire da un unico soggetto: il cancro.

Estelle Lagarde è nata nel 1973 a Châtenay-Malabry, vive e lavora a Parigi.

Esposizione in corso: Petites comédies, Etoile du Nord Théatre, 16, rue Georgette Agutte, Paris

(dal 12 al 27 gennaio 2012).

Agenzia di riferimento: l’agence révélateur (www.agencerevelateur.fr)

http://www.estellelagarde.fr/

Intervista pubblicata su Juliet n. 150- dicembre 2010.

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