I mondi di Matteo Montani

 

Matteo Montani – Fostér – Galleria L’Attico – Roma

Forse Fostér dimostra che non esiste la distinzione tra dentro e fuori, tra spirituale e materiale e soprattutto che la raffigurazione del paesaggio non è necessariamente o reale o immaginaria, e quindi per una volta possiamo provare a deporre i nostri strumenti di misura per assumere una posizione nuova nei confronti dell’opera d’arte, quella di chi non assegna nomi e non cerca risposte ma lascia che essa passi attraverso canali nuovi e trovi da sé la propria definizione.

Chissà se Matteo Montani sa che “fostér” in tutte le lingue scandinave significa “feto”. Probabilmente no, i suoi lavori non hanno immediatamente rimandi alla maternità, alla nascita; piuttosto sono, come da lui suggerito, dei soffi, degli attimi di vita, ora dilatati nello spazio ora frementi in piccole gettate di colore.

Eppure credo che nelle sue opere l’impronta dell’incerto, del non formato, il carattere di uno stile che non sceglie tra astratto e figurativo, potrebbe rimandare a quel significato involontario. Le sue immagini non sono mai figure tout court ma neanche semplicemente delle macchie astratte, anche se l’ampiezza del gesto potrebbe far pensare all’Informale, a volte a Rothko. In tutto questo la tecnica – olio su carta abrasiva su tela – oltre a testimoniare la sua volontà di ricerca, diventa un indice di una sfida, di una lotta fra opposti che termina con la leggerezza e la fluidità del colore.

Montani ha appreso dal maestro Alfredo Pirri l’atto della pittura-non pittura, la levità del gesto che dà profondità alla superficie. Questa volta con lavori molto belli, intensi, eseguiti come improvvisazioni affrescate attorno al visitatore, ma che hanno una struttura meno immediata di quanto potrebbe sembrare. “Blu reale”, come ama dire l’artista, e qualche sprazzo di nero e poco più, esplodono ora in fluenti onde ora in piccolissimi circoli che sembrano appartenere ad altri mondi.

Nei sussurri di colore che quasi abbracciano il visitatore si potrebbero ritrovare rimandi colti, tra Kaspar Friedrich, Alfred Kubin e Odilon Redon, il più lontano possibile nel tempo, più consoni al Simbolismo che all’arte attuale…ma viene anche da chiedersi se esista infine la cosiddetta “arte attuale” e quali siano i suoi riferimenti.

Montani ci dimostra, non con un teorema ma con un’interrogazione, un invito all’introspezione, che l’arte sta qui ma sta anche altrove e che il mezzo, ancora una volta, non fa l’artista né tanto meno l’artista contemporaneo.

Laura Fanti

Articolo pubblicato su Espoarte n.46 – aprile/maggio 2007

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