L’impegno civile secondo Alfredo Jaar

Nel 1977 Alfredo Jaar realizzò un’Inchiesta sulla felicità in Cile, suo paese natale. Distribuì dei volantini ai passanti con scritto “Siete felici?”, chiedendo loro di rispondere davanti a una telecamera. Registrò centinaia di testimonianze, tutte commoventi. Ma nessuno volle mostrarsi con il volto scoperto: erano gli anni della dittatura di Pinochet.

Quest’inchiesta fu il primo progetto pubblico di Jaar, momento in cui affermava l’impegno civile e politico come base del suo lavoro. Vivere accanto alle persone, permettendo loro di comunicare, certo che l’esperienza e la realtà vissuta veicolino molto più la verità di centinaia di scatti fotografici, con la loro pretesa di registrare fedelmente l’accaduto, mentre sono solo segni che stanno tra la nostra esperienza e quella dell’altro. Non per questo Jaar esclude la fotografia dai propri strumenti, anzi, egli è soprattutto fotografo, oltre che architetto e filmmaker. Ha realizzato numerosi progetti con migliaia di immagini fotografiche nei paesi più a rischio, oppressi da dittature e da guerre civili (spesso trovandosi sul posto prima dei giornali o delle telecamere) oppure occupandosi di casi politici, lasciati ai margini dell’informazione.

Anche se nella fase iniziale degli stessi ci sono quasi sempre eventi tragici, Jaar non si pone come scopo la denuncia – si denunciano da sé – ed è consapevole di come alcune immagini, soprattutto quelle più cruente, siano pericolosamente strumentalizzabili e rischino di non suscitare compassione né tanto meno una reazione in chi guarda. Così compie delle scelte ben precise, come in The Rwanda Project, il suo progetto più lungo che lo ha impegnato dal 1984 al 2000. In Ruanda scatta 3000 fotografie, ma, al momento di farne un progetto espositivo, invece di mostrare le foto dei massacri – ai quali aveva assistito ancor prima che le comunità internazionali intervenissero – difficili da rappresentare senza distacco, preferisce focalizzarsi su altro, su quegli aspetti che restituiscono umanità a un paese dilaniato dalla guerra.

Sceglie così di ritrarre uomini vivi che sfilano davanti all’obiettivo e attribuisce a questa foto un titolo inquietante Waiting. Sceglie di raccontare la storia di una donna, che ha assistito allo sterminio della propria famiglia, attraverso un testo che scorre su due light-box e che termina con un primissimo piano degli occhi di lei (The eyes of Gutete Emerita). La storia di una sopravvissuta al massacro ha più carica empatica delle tante immagini drammatiche alle quali siamo ormai tristemente abituati…

Sono di un tono diverso, ma ugualmente carichi di pathos, i numerosi lavori che Jaar ha in corso in Italia, il più importante dei quali, l’ultimo atto di un progetto unitario dedicato ad Antonio Gramsci, The Gramsci Trilogy, in mostra a Roma.

Il primo atto della trilogia è stato presentato da Lia Rumma a Milano, nel dicembre 2004, ed è stato preceduto da un prologo, Alla ricerca di Gramsci, formato da 36 scatti fatti a Roma in un giorno di marzo del 2004, mentre la città era impegnata in una manifestazione pacifista. Un’inchiesta per immagini sulla condizione degli intellettuali in Italia, partita con la visita alla tomba di Gramsci al cimitero acattolico e terminata con l’incontro con Toni Negri, uno dei personaggi più impegnati contro la lotta agli effetti devastanti della globalizzazione.

Da Lia Rumma Jaar ha esposto Infinite cell, la ricostruzione della cella dove fu imprigionato Gramsci, allo studio Stefania Miscetti, Le ceneri di Gramsci, un modellino di architettura – o archeologia industriale? – che racchiude la foto dell’esplosione di una stella, che si abbassa e si rifrange in specchi, dando vita a un riflesso infinito. Al MACRO, Lasciate che cento fiori sboccino, un’installazione che prende il titolo da una poesia cinese di 25 secoli fa, ispiratrice del movimento dei cento fiori lanciato da Mao Tze Tung negli anni Cinquanta, in difesa della libertà e della pluralità di pensiero. In una stanza fredda e ventosa, tra la vita e la morte, sono collocate 25 vasche di alluminio contenenti fiori, che omaggiano la tomba di Gramsci, ripresa in diretta dal cimitero e proiettata sullo sfondo dell’installazione.

Sono tutti tasselli di una riflessione sul mondo intellettuale (non a caso Le ceneri di Gramsci è anche il titolo di un poemetto di Pasolini, nato anch’esso dalla visita del poeta alla tomba di Gramsci) che viaggia nei secoli per ricordare come, nonostante siano trascorsi centinaia di anni, ancor oggi gli intellettuali non sono liberi di manifestare le proprie idee oppure vivono in una società che censura il loro coraggio e l’esigenza di protesta.

Gramsci è stato un modello, un esempio di lucidità intellettuale: “Il mio stato d’animo è tale che anche se fossi condannato a morte, continuerei ad essere tranquillo e anche la sera prima dell’esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese per non cadere più in quegli stati d’animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo: il mio stato d’animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l’intelligenza ma ottimista con la volontà” (19/12/1929).

www.alfredojaar.net

Articolo pubblicato su Espoarte n.36 – agosto/settembre 2005

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