La ricerca di una laica spiritualità di Silvia Camporesi

INTERVISTA A SILVIA CAMPORESI di  Laura Fanti

È proprio questa sottile terra di confine fra ‘sacro nel luogo sacro’ e ‘sacro nel quotidiano’ che mi affascina e mi ispira, e credo sia il terreno più fertile per parlare di evoluzione spirituale. (Silvia Camporesi)

Secondo la mistica ebraica, noi tutti siamo un Kli, un vaso vuoto che attende di essere riempito dai nostri desideri. Il Kli rivela la nostra capacità di dare e di ricevere secondo il significato spirituale dell’idea di azzeramento, comune anche al concetto di Sifr, che in arabo sta per “0”, inteso come apertura alla possibilità. In entrambi i casi, presa coscienza di questo vuoto primordiale, si può passare a un’esperienza più elevata. L’arte è uno dei territori di questa epifania, come ci dimostra Silvia Camporesi.

L’artista da sempre lavora sui concetti di identità e di verità, sullo svelamento sotteso ad un’apparente normalità (Les idiots savants- un diverso stato) e sulla traduzione estetica dell’ineffabilità di fenomeni fuori dall’ordinario, solo in apparenza evanescenti che, una volta tradotti in immagine, si rivestono di nuovi significati.

Nei suoi lavori il décor assume un ruolo essenziale, in particolare negli ultimi video, che dimostrano come un’evoluzione spirituale può aver inizio da ciò che stimiamo come il limite supremo: il corpo.

Ricordi quando hai capito che avresti fatto l’artista e che l’arte sarebbe diventata una ragione di vita?

Non ho un ricordo preciso del momento in cui il mio percorso ha preso questa direzione, però appena laureata in Filosofia ho deciso di rischiare la strada artistica sapendo che avrei passato anni non semplici, fatti di attese e difficoltà. Poi sicuramente la prima mostra fatta presso la Salara di Bologna (in occasione del premio Iceberg nel 2000) è stata determinante, facendomi intuire la complessità e il fascino dei meccanismi necessari per entrare nel mondo dell’arte.

Il lavoro che hai presentato da Sara Zanin a Roma, Sifr-La distanza canonica, segue Dance dance dance-la nuotatrice e Secondo vento-la karateka. Tutte parti di un unico progetto attorno alla ricerca di ciò che di più spirituale e inafferrabile sottende all’esercizio fisico e al tempo stesso all’energia psicofisica che si sprigiona negli attimi più tesi dello sforzo corporeo. Ci puoi parlare delle percezioni che hai sentito in questo viaggio?

Girare le scene che compongono Sifr è stata un’impresa complicata. Il progetto prevedeva di far interpretare il video ad un’atleta professionista, come per i due video precedenti, ma un imprevisto ha stravolto i piani e sono stata costretta ad interpretare io stessa l’intero video. In poco tempo ho dovuto fare i conti con il freddo, la mancanza di un allenamento agonistico e difficoltà varie, ma avevo in mente solo la realizzazione del mio progetto e ciò era sufficiente a conservare le energie per continuare a correre. Correndo ripetevo mentalmente alcune frasi, come una litania, e ho cominciato a percepire le gambe più leggere e mi sentivo incredibilmente piena di forze. In fondo, l’idea alla base del video parla di un percorso spirituale ed è fortemente autobiografica: sono felice che gli accadimenti mi abbiano portato ad interpretarlo.

Dance dance dance e Secondo vento hanno in comune il senso di soffocamento creato dal contrasto tra la libertà delle discipline e l’ambientazione, lo spettatore viene avvolto dalla ricerca di un’esperienza estatica che nel primo caso è in nuce e nel secondo si libera grazie al secondo vento, che costituisce l’energia disponibile quando quella normale è esaurita. La corsa in Sifr, con l’andare e il calpestare ogni volta un suolo diverso, insieme con le emozioni che scaturiscono dallo sforzo corporeo, la stabilizzazione del respiro e la sensazione di “rinascita”, può costituirsi come la disciplina più consona al tipo di ricerca che stai svolgendo da anni. Cosa distingue Sifr-La distanza canonica dagli altri lavori?

La reale differenza fra Sifr e gli altri video è la presenza di un oggetto simbolico, estraneo al luogo, che compare nella scena finale: una scala a sette pioli. La scala nella simbologia rappresenta l’ascesa, il raccordo ideale fra terra e cielo. In Sifr lo sforzo fisico della corsa, che attraversa diversi paesaggi e determina un susseguirsi di emozioni, porta a riconoscere che quel limite, solo accennato nei primi due capitoli, è fortemente reale e necessita di uno strumento – rappresentato in questo caso da una bianca scala – per poterlo superare.

In che senso parli di “fede” al posto di “spiritualità”? Fede e verità come si legano nel tuo lavoro?

Tutta la mia ricerca affronta una sola tematica: l’evoluzione spirituale. Quando parlo di spiritualità non parlo necessariamente di religione, così come quando parlo di fede non cito nessun dio in particolare. “Fede” e “spiritualità” sono parole delicate che inevitabilmente ci trasportano in ambito religioso, in nessuna opera ci sono espliciti riferimenti alla religione. Cerco di ricreare un’atmosfera sacrale attraverso la combinazione di suoni e immagini, ma poi lascio tutto sospeso, tutto aperto, affinché ad ogni visione si possa aggiungere o togliere qualcosa, si possa arrivare ad una propria verità. 

Mi puoi parlare dei tuoi progetti per il nuovo anno?

Il progetto a cui mi dedicherò all’inizio del 2011 è una serie fotografica dedicata ai misteri e alle leggende di Venezia. Immagini e testi saranno pubblicati in un libro ed esposti in una mostra in Svizzera, a maggio. L’idea è nata in collaborazione con un gallerista che finanzierà l’intero progetto. Un’altra idea alla quale sto lavorando riguarda un’opera audio. Penso a una storia, un piccolo film, una messa in scena  raccontata attraverso l’audio, senza l’ausilio delle immagini, per un’opera installativa. Credo sarà una grande sfida allontanarmi, per un pò, dalle immagini.

Silvia Camporesi è nata a Forlì nel 1973 dove vive e lavora.

http://www.silviacamporesi.it

articolo pubblicato su Espoarte n.69,  febbraio/marzo 2011

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