Considerazioni attorno alla “Nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche

APOLLINEO E DIONISIACO

Inauguro questa nuova rubrica con un estratto della mia tesi di laurea, per alcuni aspetti acerba e ingenua, ma per altri ancora attuale e ricca di spunti.

L’apparente leggerezza con la quale scrissi di un argomento che, visto con gli occhi della maturità, appare molto più serio e ricco di conseguenze di quanto volli credere allora, è forse stato l’unico alibi per non incappare in empasse e in cortocircuiti mentali.

Apollineo e Dionisiaco: la classica compostezza di Apollo e la vitalità sfrenata di Dioniso sono gli opposti che il critico d’arte incontra spesso nel proprio lavoro, soprattutto nell’ambito della pittura, il linguaggio più aperto e più libero per eccellenza, e per questo luogo di incontro di empatia e di utopistici approdi all’ordine e all’equilibrio.

Prima di imbatterci nei singoli artisti facciamo ritorno a Friedrich Nietzsche (1844-1900), il filosofo che nel bene e nel male ha fatto la fortuna dei due termini e della loro opposizione.

Considerazioni attorno alla Nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche

Ne La Nascita della tragedia (1872) Nietzsche si chiede quale sia stato il significato del dionisiaco presso i Greci e quale tipo di rapporto abbia avuto con il suo polo opposto, l’apollineo. Si chiede se esista nell’uomo un’inclinazione per ciò che è duro, raccapricciante, malvagio, come conseguenza di un benessere, di uno stato di pienezza, e se di questo si possa soffrire.

Motivo dominante del saggio non è solo la dicotomia tra i due significati, con le conseguenti implicazioni morali, ma anche la loro consequenzialità, la nascita dell’uno dall’altro.

Il cosiddetto ottimismo della ragione, la lucidità socratica, sono per la civiltà greca un momento di debolezza, atto a cancellare il vero momento metafisico e creativo, quello dell’ebbrezza dionisiaca. L’ottimismo è legato a un utilitarismo pratico e teorico e a una volontà moralizzatrice, come tale è segno di vecchiaia, di stanchezza, di crisi della creatività, dell’arte come attività metafisica.

Secondo Nietzsche, invece, la moralità è avulsa dal campo dell’arte, è  verso la fine del libro che afferma come l’attività artistica debba tendere alla purezza, sebbene alcune immagini possano avere un effetto morale.

Il percorso della Storia dell’arte è costellato dalle due categorie nietzschiane, le quali sono sovente in lotta tra loro, tranne in rari momenti, come nella tragedia attica, che, a dire del filosofo tedesco, morì suicida nel momento in cui Euripide portò lo spettatore sulla scena e rese rappresentabile la vita quotidiana. Così facendo, l’elemento dionisiaco, il regno dell’estatico rapimento, del delitto, dell’orrore, veniva bandito dalla tragedia, per lo iato incolmabile tra il mondo del quotidiano e della realtà dionisiaca: Dioniso è il dio dell’eccesso, dell’annientamento delle barriere esistenziali e non può non sentire nausea quando la realtà quotidiana rientra nella sua coscienza dopo l’esperienza estatica.

La nausea si rivela perché il rapimento e l’ebbrezza mistica accrescono la coscienza della realtà e della sua essenza, mentre diminuiscono la carica, la potenza dell’illusione apollinea di poter agire su di essa.

L’arte apollinea è misura, soprattutto misura di sé e dei propri mezzi (non a caso l’arte apollinea per eccellenza è la scultura) e il mondo sereno che canta – dove gli dei vivono senza conoscere l’incombenza della morte – nasconde, come sotto il velo di Maja, il mondo dionisiaco. Ecco profilarsi un dilemma insolubile: se l’apollineo vive nell’illusione e dopo aver preso coscienza mostra una realtà di cui prova nausea, cosa può salvare il mondo?

L’arte risanerà i mortali[1]: può servirsi di quei sentimenti di disgusto per l’assurdità dell’esistenza per rendere rappresentazioni sublimi o comiche, le prime traslano le atrocità del mondo e le altre ne rivelano l’assurdità.

Soltanto questa via rende significativa l’esperienza dionisiaca della dissoluzione di sé, dei principi naturali e divini. Solo questa via ci rende comprensibile il mito di Prometeo che fa luce sulla contraddizione tra uomo e Dio e sulla necessità del crimine per ottenere la sapienza e la conoscenza. Solo l’arte è in grado di elevare la sofferenza dell’uomo, il suo titanismo, la volontà di essere un corpo unico con l’essenza del mondo[2].

Il desiderio di fondersi con la natura, con il prossimo, rappresenta l’essenza del dionisiaco, che rompe le barriere impostegli dalla calma apollinea e dal culto del principium individuationis, per lasciarsi andare al delirio in cui l’artista non è più tale, ma diviene opera d’arte[3]. Nell’esperienza dionisiaca, nel momento in cui si superano le barriere dell’individualità, si sciolgono le catene che legano l’uomo alla logica, al pensiero razionale, così anche il dolore può suscitare piacere e la gioia gridi di angoscia[4].

I greci apollinei sentivano la necessità di glorificare il mondo esterno, altrimenti non avrebbero sopportato l’esistenza[5]: questa glorificazione è la realtà di sogno come “illusione dell’illusione”. Ma il greco dovette ben presto arrendersi alla verità che la suprema arte dionisiaca, la musica, esprimeva con la sua ebbrezza e il suo grido, l’artista dovette dimenticarsi del proprio principium individuationis[6] e unirsi all’Uno originario, alle sue contraddizioni. In un secondo momento, grazie all’influsso apollineo del sogno, all’artista ritorna visibile la musica come in un’immagine di sogno simbolica, quindi è possibile la riconciliazione tra apollineo e dionisiaco.

In realtà Nietzsche su questo punto non è stato molto chiaro: non specifica come sia possibile la riconciliazione di cui parla e con quali mezzi.

Se l’artista deve esprimere l’apparenza della musica in immagini, dovrà servirsi di tutte le passioni fino alla follia ma non potrà che rimanere nella calma della contemplazione apollinea, proprio perché la musica, per così dire, basta a se stessa, non ha bisogno di immagini né di concetti, non può realizzarsi con il linguaggio perché si riferisce simbolicamente alla contraddizione e al dolore dell’esistenza.

Nel mondo dionisiaco i limiti, i confini, gli abissi tra gli uomini non hanno senso, vige, invece, un sentimento di unità con la natura che porta l’uomo greco al nichilismo e al rifiuto della tragedia. In questa dimensione si accetta ogni aspetto della vita, anche lo spaventoso, la morte, il decadimento.

Sarà Socrate, in particolare, con la sua dialettica, a contribuire al suicidio della tragedia: composta di elementi irrazionali, non ha alcun senso, come non ha alcun senso la musica. Socrate è il vero nemico di Dioniso (rappresenta la Scienza), ma fu assalito da un dubbio: si chiese, visto che l’arte gli appariva incomprensibile, se esistesse una sapienza senza logica, che convivesse e si opponesse alla Scienza.

Nietzsche risponde, quasi in una confessione, che i concetti sono involucri delle cose, mentre la musica dà il nucleo di esse, ancor prima di una loro conformazione, ossia dà gli universalia ante rem[7]. Tipico strumento dell’arte dionisiaca è, infatti, l’intuizione, contro la parola, la logica delle connessioni, il descrittivismo, e tipici suoi soggetti sono la follia, la volontà e il dolore. In realtà nella tragedia Dioniso e Apollo sono fratelli, poiché durante l’eccitazione musicale interviene la forza apollinea con la sua compassione che ci fa sentire il regno del suono come un mondo plastico e ci fa provare pietà per gli individui[8].

L’apollineo cerca di sovrapporsi all’universalità del dionisiaco per liberare l’uomo dall’annullamento di sé e lo induce a credere in un’unica illusoria immagine del mondo. Il sogno crea immagini, è una forza plastica, “Apollo sarebbe stato concepito dai Greci proprio come questa forza che crea il mondo delle immagini (…) Apollo è l’immagine divina del principium individuationis[9]”.

Nietzsche auspica una rinascita della tragedia nella civiltà contemporanea ma sa che questa sarebbe possibile solo con il ripristino dei miti (realizzati non attraverso la parola ma per via delle immagini intuitive) e se la Scienza distruggesse la sua pretesa di valere universalmente, una volta dimostrata l’esistenza dei suoi limiti. Con questa speranza, Nietzsche si allontana dal Positivismo e apre nuove possibilità creative all’elemento non –razionale, con proficue realizzazioni in campo artistico e filosofico, anche se nella filosofia a venire sarà la Scienza a prendere il posto che egli aveva assegnato all’Arte.

(estratto della mia tesi di laurea Apollineo e Dionisiaco nella pittura europea tra 1870 e 1910 discussa il 12/07/1999 all’Università di Roma La Sapienza con il prof. Vincenzo Bilardello.)


[1] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, ed. it. Adelphi, Milano 1972, pp. 55-56.

[2] “Solo come fenomeno estetico l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati” (p. 45).

[3] Idem, p. 26.

[4] Eugen Fink ha scritto che in un mondo tragico non c’è alcuna redenzione, ma solo la legge della fine del tutto: “nella visione tragica del mondo vita e morte, ascesa e decadenza di ciò che ha fine sono intrecciate l’una dell’altra” (Nietzsche Philosphie, Kohlammer Gmbh, Stuttgart 1960, trad.it La filosofia di Nietzsche, Marsilio, Venezia 1973, p. 43).

[5] F.Nietzsche, cit. p.32.

[6] Di derivazione schopenhaueriana, ma senza ascetismo né implicazioni neo-platoniche.

[7] Op. cit. p.109.

[8] Gianni Vattimo ha scritto che “la portata liberatoria delle figure degli dei olimpici si esercita solo se esse rimangono in un rapporto profondo con il dionisiaco”, (Introduzione a Nietzsche, Laterza, Roma-Bari 1988, p. 15).

[9] Eugen Fink, cit. p. 49.

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