La ricerca del non-colore di Avish Khebrehzadeh

AVISH KHEBREHZADEH

MACRO-Roma

«…È vero che un disegno possa interagire con la fantasia dell’osservatore fino a rivelare il lato dinamico del soggetto; al punto, quasi, che l’osservatore non può fare a meno di fronteggiare il passato e il futuro di una determinata scena, creando un moto virtuale nella propria mente. Proprio come una foto di famiglia potrebbe animare i ricordi di una vita, solo perché qualcuno ha guardato un unico fotogramma di un evento passato» (A. Khebrehzadeh, in un’intervista di D. Eccher).

Quando alla Biennale di Venezia del 2003 vidi i lavori di Avish Khebrehzadeh rimasi stupefatta, non riuscivo a capirli, percepivo qualcosa di incompiuto, di virginale, elementi di inafferrabilità, ma anche di lontananza. Sentivo, tuttavia, che la sua arte, molto ricercata e “lavorata”, era epidermicamente connessa con l’intelletto e non con i sensi.

Il progetto che ha presentato al MACRO mi ha aiutato ad avvicinarmi alla sua poetica, ricca e in parte incomprensibile per noi occidentali.

Le opere di Khebrehzadeh sono il risultato di un processo molto lento e meticoloso, che crea allo stesso tempo una sensazione di immediatezza e di ingenuità, che rimanda ad alcune opere di Degas, dove l’effetto di leggerezza pittorica e di spontaneità della visione nasce da un lento lavoro di memoria e da lunghe sedute di immaginazione.

La poetica dell’artista iraniana mi sembra dunque affine a quel «per via di levare» michelangiolesco, anche se lei dichiara di lavorare all’opposto, di procedere per stratificazione. Le sue opere sono il risultato di una ricerca di semplificazione, una traduzione di stati mentali e di nostalgie che nascono in modo più articolato.

L’uso semplificato del colore le deriva dalla filosofia sufi, una corrente dell’Islam secondo la quale la lettura del Corano deve portare a un’elevazione spirituale e il mondo non è altro che phenomenon di cui il colore rappresenta la componente più lontana dallo spirito poiché ci ricorda che tutto è materia. In accordo con questa filosofia l’artista realizza lavori a matita e ad inchiostro su carta preparata con resina e olio d’oliva: una ricerca del non-colore, il mezzo per avvicinarsi all’essenza della “vera realtà”.

I disegni sono solo parte del suo complesso sistema pittorico, che nasce da una serie di segni appena accennati su carta giapponese leggerissima, sulla quale vengono proiettati altri disegni, lievemente colorati, con un ritmo che sembra presagire una storia.

Uno dei due lavori esposti al MACRO, Solace, so old, so new, si presenta come un piccolo spettacolo teatrale, tanto che un occhio di bue scandisce l’inizio e la fine delle storie che s’intrecciano, accompagnate da antiche litanie o dialoghi familiari, secondo la struttura delle favole persiane. Questo lavoro è un trittico di scenografie (un paesaggio, una casa e una piazza italiana) sulle quali sono proiettati altri disegni o animazioni, apparentemente non comunicanti tra loro: scene intime, una cena in famiglia, due innamorati con un cane, e così via, finché appare un delfino che scorre lungo le tre scene, e poi meduse ed altri animali marini.

L’artista crea un vuoto della mente, una sospensione, lascia sognare con pochi mezzi e cerca di far avvicinare a concetti e relazioni che viviamo superficialmente, come il rapporto con gli animali. Rapporto che interessa l’altro progetto del MACRO e che è una costante nel lavoro di Khebrehzadeh già da una decina di anni. III Affection è un video che scorre su un unico disegno e rappresenta il rapporto morboso  tra un cane e il suo padrone; il disegno è abbozzato sia per suggerire che l’opera non è compiuta, non rappresenta una sintesi ma qualcosa che avviene ciclicamente, ma anche per lasciar spazio all’immaginazione. Il video è isolato ma è attorniato da intensi dipinti blu notte, un colore ottenuto mescolando rossi, verdi, marroni e blu, che vengono poi raschiati (anche qui l’artista procede «per via di togliere»), tutti rappresentanti animali in condizioni coatte, in circhi o altro, snaturati. Sembrano piccoli frammenti di uno spettacolo che avviene senza la nostra consapevolezza.

L’artista scava nell’origine del male e anche in questo lavoro si lega alla filosofia islamica secondo la quale l’uomo è «animale parlante» (L. Dreyfus in Avish Khebrehzadeh, Electa, collana Panorama, Milano, 2007): «Non c’è animale sulla terra né uccello che voli con le sue ali, che non formino delle comunità simili a quelle di voi (umani)» (Corano, 6:38).

Articolo di Laura Fanti pubblicato su Espoarte n.51, febbraio-marzo 2008.

http://www.avishkhebrehzadeh.com/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...