Tre dipinti di Munch: La bambina malata, Pubertà, Rosso e bianco.

Col tempo anche i nostri gusti in fatto d’arte cambiano. A vent’anni adoravo Munch, le sue inquietudini, l’angoscia emanata dai suoi dipinti, di cui si è parlato fin troppo, corrispondevano ai tormenti tipici di quell’età. Trascorsi gli anni quell’incontro ha lasciato il segno, ma, come accade con gli esseri in carne, non sempre si ha ancora qualcosa da dirsi, come se si fosse saturata l’aria che circonda quei dipinti, come se mancasse l’osmosi che si sente con alcuni capolavori.

Ciò non significa che a distanza di tempo non ammiri quei lavori così viscerali, così, per riprendere un’altra parola che ha perso il suo valore, “moderni”; eh, sì, perché indubbiamente Munch è un precursore di tutte le poetiche novecentesche legate all’esistenzialismo e il primo espressionista della storia, avendo legato strette tecnica e psiche.

Per questo ho deciso di riprendere una parte della mia tesi di laurea (1999) in cui commentavo alcuni capolavori dell’artista, cercando di aggiungere dove era necessario e di togliere tutto quello che mi appare come precipitato di un contenuto ormai esautorato.

LA BAMBINA MALATA

(olio su tela, 1885, 120 x 118.5 cm, Munch Museet, Oslo.)

Quest’opera (una delle sei versioni conosciute) segna il distacco di Edvard Munch (1863-1944) dal naturalismo norvegese e il suo prepotente ingresso nel mondo dell’espressione. Il soggetto non è originale, anzi, le raffigurazioni di malati, soprattutto nel mondo nordico, erano piuttosto diffuse, la novità sta nella tecnica utilizzata e nell’emotività tutta intrinseca nel dipinto, non apposta a posteriori. La tela ha sofferto insieme al suo autore il dramma della malattia della fanciulla, è un’opera dionisiaca nel suo coinvolgere l’autore e chi guarda in un unico sentimento e per avere sublimato la sofferenza trasponendola nella sfera artistica. Il dolore individuale qui diventa universale, come richiesto dal dionisiaco.

Tecnicamente Munch ha eseguito l’opera a più riprese. Ecco che avviene un fatto singolare: nello stesso momento in cui si presenta l’istantaneità del dolore, viene mostrata anche la sua estensione nel tempo, per il suo essere qualcosa che si rinnova perennemente. Munch ha sottoposto il dipinto alle intemperie, ha graffiato l’olio in alcune parti: l’opera è tutt’uno con il suo creatore e non si rinchiude nell’apollineo principium individuationis, è in movimento. Il dinamismo è un elemento che salta subito agli occhi.

Dal vero ho osservato un certo verismo nel volto della fanciulla, contrastante con il resto del dipinto. Il verismo corrisponde all’autenticità del dolore, dolore che si sprigiona in tutta la tela, con graffi, quasi lacerazioni dell’ambiente che la circonda.

PUBERTA’

(olio su tela, 1894,  149×112 cm. Munch Museet, Oslo)

Intendo confrontare il dipinto di Munch con altri due ricollegabili al tema della scoperta della sessualità e della tentazione erotica, Madeleine nel Bois d’Amour (1888) di Emile Bernard e La primavera (o La perdita della verginità del 1890) di Paul Gauguin. In questi due lavori gli artisti hanno inserito dei simboli favolistici o, comunque, lontani dall’irruente visione della realtà di Munch.

In Gauguin la posizione della fanciulla ricorda quella del Cristo giacente e non a caso perché in molti dipinti dell’autore è presente un intreccio, a volte una sintesi, tra iconografie cristiane e simbologie “pagane” o quantomeno laiche: la sua è una visione laica della religione e una rappresentazione sacra del peccato e della solarità. L’opera è esplicitamente, descrittivamente, simbolica, ci sono elementi che rimandano al “peccato” commesso (una su tutte la volpe, classico simbolo di lussuria) e l’ambientazione non è naturalistica, ma neanche, per così dire, “esistenzialista”, ossia non è specchio, rimando dell’interiorità dell’artista; Gauguin non rivoluziona la predisposizione nei confronti dell’opera d’arte.

Nel dipinto di Bernard la sensazione di calma è ancora più accentuata, l’atteggiamento della fanciulla ricorda quella tradizionale della malinconia, e, se non fosse per alcune proporzioni falsate e per l’assenza di profondità, potremmo facilmente inserire l’opera all’interno della tradizione.

Nel dipinto di Munch c’è un risveglio senza incanto, l’incombenza della morte. Siamo in una dimensione che è l’opposto dell’ideale, dove non c’è spazio per la speranza, le esperienze della vita vengono racchiuse in un mondo di dolore e i ricordi sono un’angoscia incombente sul presente.

Ecco perché il nudo femminile non è idealizzato (di questo insegnamento trarranno le estreme conseguenze gli artisti della Brücke), è, invece, appesantito dal dolore, che, forse per la prima volta nella storia dell’arte, non appartiene al mondo fisico ma a quello spirituale dell’anima. La luce non ha provenienza precisa, la intuiamo solo grazie alla grande ombra sulla destra che pare quasi fare corpo unico con la giovane. L’atteggiamento della fanciulla è, visibilmente, di chiusura nei confronti del mondo, ma anche di paura e di instabilità, come rivelano la parte anteriore delle braccia – che sembrano voler stringere l’acerbo seno- le mani che si perdono lungo le gambe, e i piedi, quasi sovrapposti, non si sa se sospesi nel vuoto o poggianti su un pavimento che sembra piuttosto un lago infernale.

ROSSO E BIANCO

(Olio su tela, 1894, 93×125, Munch Museet, Oslo)

In quest’opera il vigore di Munch pare quasi assopito: le acque sono calme, le donne non manifestano la loro nudità ma indossano degli abiti come una protezione. Anche nell’uso del colore Munch dimostra un suo sentimento apollineo: non più le “sfilacciature” di Pubertà ma curve riempite in modo omogeneo dal bianco e dal rosso. Tuttavia dobbiamo ricorrere a un’interpretazione psicologica: la donna in bianco, eterea, guarda verso un punto indefinito, quasi slegata dalla realtà, mentre l’altra si afferma sotto i nostri occhi, virago conscia del suo potere sull’uomo. La stessa composizione del dipinto suggerisce questa interpretazione, da zone di colore più chiaro sulla sinistra a zone più scure, tenebrose, sulla destra, dall’acqua alla terra, tipico elemento dionisiaco e non a caso associato alla donna più sensuale delle due.

Laura Fanti

(inedito)

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2 thoughts on “Tre dipinti di Munch: La bambina malata, Pubertà, Rosso e bianco.

  1. Complimenti, Laura. Volevo aggiungerci la stella, ma la mia scarsa desterita’ informatica non me l’ha permesso.
    Saluti a tutti. Appio

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