“L’artista è il suo lavoro” Intervista a Chiara Dynys

INTERVISTA A CHIARA DYNYS DI LAURA FANTI

Chiara Dynys da sempre si interroga sul concetto di percorso e sulle potenzialità della luce (la non materia), realizzando labirinti, spirali, luoghi dove perdersi ritrovando paradossalmente la propria strada e la propria identità. Non a caso i suoi ultimi lavori hanno per titolo Più luce su tutto e Labirinti di memoria: progetti molto articolati, sfuggenti a qualsiasi definizione, non essendo né sculture né vere e proprie installazioni, più vicini a un’idea rinascimentale della progettazione artistica dove varie maestranze lavorano spesso site specific. Questa specificità nulla toglie all’universalità del linguaggio dell’artista, che ci rivela i suoi progetti futuri, in cui arte, architettura, ecologia interagiscono per rendere anche il quotidiano un microcosmo di felicità, dal quale non è mai avulsa l’esperienza estetica e sensoriale.

Laura Fanti: Spesso agli artisti rivolgo questa domanda: quando hai deciso che avresti fatto l’artista? C’è stato un momento folgorante? Un incontro particolarmente importante?

Chiara Dynys: Ho sempre visitato molto i musei e osservato il lavoro degli altri, ho sempre amato l’arte contemporanea ma anche l’arte antica, ho cominciato a disegnare molto presto, mi piaceva disegnare e sperimentare dai materiali, quindi c’era già una propensione verso il tridimensionale, provavo attrazione verso la sperimentazione. Ho iniziato a fare le prime cose molto presto, per quanto riguarda gli studi ho fatto un percorso diverso: liceo classico poi Scienze politiche, ho continuato a sperimentare finché ho avuto la mia prima mostra, al Castello di Malcesine (1985 n.d.a), dove ho esposto dei quadri fatti con lo smalto e polveri varie. Ho iniziato a fare quadri, grandi tele, ho capito che unire, mettere insieme i lavori, creare una prospettiva, un percorso, quella era la mia vita, tanti pensano che sia un non-lavoro ma se uno lo fa a tutto tondo occupa interamente la tua vita, credo che sia anche più di un lavoro, uno stile di vita. La mia è una scelta emotiva.
I primi artisti che mi sono piaciuti sono i manieristi, che erano molto avanti rispetto al loro tempo, mi piace molto Pontormo, ma anche Borromini, la prima volta che ho visto la cupola di San Carlo alle Quattro fontane e la Galleria (prospettica) di Palazzo Spada, ho pensato «anch’io voglio fare queste cose!»

E da questi incontri è soppressa l’attrazione estetica?

Quando si è molto giovani si prova un’attrazione emotiva, non estetica, si prova un’emozione forte davanti a qualcosa che si vuole ritrovare. Si vuole ritrovare una certa felicità. Penso che gli artisti non smettano mai di lavorare, di pensare al progetto e al modo di elaborarlo. In questo la vita dell’artista è molto dura, senza riposo. Io non mi riposo, anche quando mi sposto porto il mio lavoro con me, io sono il mio lavoro, l’artista è il suo lavoro.

Quando ti guardi indietro cosa pensi? Alcuni artisti provano un senso di rifiuto verso i propri lavori, altri riutilizzano materiale più datato anche dopo tanti anni.

Sono molto curiosa nei confronti di quello che ho fatto, usando sempre tecniche diverse, materiali diversi per dire la stessa cosa, parlo sempre del passaggio, dell’attraversamento, del punto di partenza e di arrivo che coincidono. Il momento dell’andare, per cercare una via di uscita è il momento più importante perché nel muoverci costruiamo la nostra identità, questo è il nucleo del mio lavoro. Uso per esprimere questo materiale, forme e luoghi diversi. Ciò fa in modo che il mio linguaggio non mi annoi mai, quando guardo indietro ad un mio lavoro dico «ecco, questo è un lavoro che ho eseguito in un momento particolare in cui avevo bisogno di lavorare solo con il vetro, oppure con il bronzo, oppure la luce doveva attraversare il plexiglass…», i miei lavori mi parlano sempre, perché la mia storia è anche una storia di sperimentazione. A volte percorro delle strade un po’ “impossibili”, ad esempio l’opera realizzata per il Premio Terna (Doppio Sogno/Double Dream, 2010) un lavoro fatto in Siria dove c’è un’artigianalità che qui è stata completamente persa e dove posso sperimentare tantissimi materiali. Questo lavoro a spirale ha sulla parte superiore una doppia parte di plexiglass e contiene dei neon blu con la scritta “più luce su tutto”, ci doveva essere un passaggio dove le persone dovevano sentirsi sorprese e allo stesso tempo confortate, il sotto doveva coincidere con il sopra, un labirinto…

A proposito di tecnica, la usi per veicolare un messaggio, dalle tue parole emerge una sete di materiali diversi: qual è il materiale con il quale hai un rapporto più ravvicinato, con il quale senti di interagire con più istintività?

Sicuramente la luce, infatti, tutti gli altri materiali che uso sono o riflettenti o trasparenti. Dunque interagiscono con la luce, la materia immateriale.

So bene che appena si conclude un’iniziativa importante come la tua all’Archivio centrale dello Stato di Roma (Il labirinto della memoria, Archivio dello Stato di Roma in corso fino al 25 settembre 2010, n.d.a.) non si ha voglia di parlare d’altro ma so anche che un artista è sempre proiettato nel futuro…

Un nuovo progetto di mostra personale vede la sua realizzazione dal 18 settembre al CIAC di Foligno, a cura di Italo Tomassoni. Il lavoro è costruito sul depauperamento dell’habitat e sull’esigenza da parte nostra di recuperarlo attraverso un grande cambiamento, anche individuale, per salvare il pianeta. Uno dei sentieri da seguire è quello del risparmio nell’uso di risorse e il cui sfruttamento comporta effetti collaterali che tornano a danno dell’uomo stesso oltre che della natura. Illuminante è il significato del verbo inglese save: salvare ma anche risparmiare. Solo con minori sprechi di acqua, di risorse alimentari e di energia si può mirare al superamento di nuove soglie critiche, sicuramente enfatizzate ma basate su elementi reali.

Da cosa è composto il lavoro?


Il mio progetto si compone di due installazioni tra loro differenti ma concettualmente affini. Save Me è un grande lavoro scultoreo che assieme alla naturalità e alla primordialità della terra cotta unisce il nitore dell’acciaio che presenta superfici specchianti. Su dune di terracotta, che ricordano i deserti ma anche i crateri lunari con terminali che sono capillari, terminazioni nervose-radici, e tra piccole costruzioni utopiche sormontate da metalli riflettenti come pannelli fotovoltaici, si innalza un albero di acciaio dalle forme sinuose. Le estremità dei suoi rami sono foglie ellittiche d’acciaio specchiante. Alcune ellissi sono invase da lettere in corsivo composte da mosaici di terracotta. Ricostruendo in un’unica lettura le fronde dell’albero si percepisce il messaggio “Save Me”: salvami. All’interno del museo, le foglie di questo albero ci restituiranno le immagini di una proiezione che cadrà sul soffitto e che racconterà l’energia nella natura. Sud e Sud è un’installazione di lenticolari distribuiti sulle pareti, formato da un insieme di light box ognuna riportante la bandiera di uno stato. La lettura ambigua offerta dalla superficie lenticolare fa sì che lo spettatore veda stagliarsi su ogni bandiera i nomi alternati di due città appartenenti alla stessa nazione. Due realtà tra loro dicotomiche: vi si legge il luogo turistico lussuoso in alternanza con l’altro lato della medaglia, il suburbio povero colpito dalle ingiustizie.

Ci sono ambiti che senti di dover esplorare, avventure più o meno spericolate, che non hai ancora iniziato ma alle quali vorresti dedicarti?

Creare attraverso il mio lavoro, un grande percorso interattivo, degli ambienti interattivi alimentati da energia pulita in cui le persone possano vivere anche il quotidiano.

Chiara Dynys nasce nel 1958 a Mantova. Vive e lavora a Milano.

http://www.chiaradynys.com

intervista pubblicata su Espoarte n.56 agosto/settembre 2010.

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