Marita Liulia

Marita Liulia, photo of Virpi Pahkinen, the dancer of her first film "Return of the Goddess". Premiere in Helsinki Festival, August 17th, 2012.

INTERVISTA A MARITA LIULIA 

Di Laura Fanti

Marita Liulia non ha dubbi: la vita è arte. Finlandese, classe 1959, Marita fin dagli anni Ottanta si interessa di mutimedialità, mescolando video, performance e fotografia. Si diverte a travestirsi, a giocare, a fare di se stessa materia da manipolare e da far conoscere, tanto che il suo sito web è un’opera d’arte aperta, senza finzioni o nascondimenti. Il suo lavoro e le sue produzioni sono disponibili, accessibili – segue personalmente anche un blog- sembra non esserci nessun culto della personalità. Marita va a sondare le aree dello spirito, o meglio, di ciò che solitamente è attinente all’area dell’irrazionalità e che costituisce il substrato dell’intimo (direi dell’essenza se non fosse un termine così logoro) dell’uomo. I suoi lavori sono dunque eversione del magico, epifania della sensorialità, quella vera però, che non ha nulla da invidiare a una carnale illusione di verità.

Laura Fanti: Che cos’è l’arte per te? Sono consapevole che questa domanda può essere ingenua o troppo importante…cosa significa il processo creativo per te?

Marita Liulia: L’arte è la mia passione da una vita, una professione e anche uno stile di vita. La mia forza trainante è la curiosità e l’arte offre sicura libertà per seguire i sentieri più ardui. Potrei fare altri lavori ma da artista posso usare il mio talento e le mie capacità nel miglior modo possibile.

La vita sembra troppo breve per realizzare tutte le idee e gli interessi, tuttavia bisogna scegliere attentamente quale idea vale la pena tentare. Una volta scelto l’argomento, lavoro un paio di anni. I miei soggetti tendono ad essere “più lunghi della vita stessa”, e spesso li realizzo in molti formati, come mostre, performance, libri, website, film e persino programmi per telefoni cellulari. Spesso lavoro come direttrice di un team. La squadra è molto importante nel processo creativo.

Il processo creativo mi spinge verso idee nuove, modi freschi e “molesti” di vedere e diverse tecnologie. Spesso mi scopro interessata a cose che non avevo mai provato prima. Lasciarsi dietro delle cose è anche una parte del percorso, a volte doloroso.

Mi stimoli una seconda domanda: visto che parli spesso di futuro e di spinte e ora accenni a lasciarsi dietro delle cose, ti chiedo quale è il tuo rapporto con il passato. Ossia, il passato storico, con l’arte del passato, il tuo passato, e ovviamente con la “memoria”.

Sono sempre stata interessata alla storia e in CMR [Choosing My Religion N.d.R] la storia delle religioni ci porta indietro migliaia di anni. Molte cose sono cambiate pochissimo dall’era pagana. Possiamo imparare così tanto dalla storia, essa placa e offre prospettive. Ogni volta che incontro i lati oscuri della vita d’artista, li oltrepasso leggendo storie di altri artisti di epoche diverse. Non siamo mai soli, condividiamo gli stessi ostacoli e le stesse gioie con gli altri.

In ogni nuovo lavoro rivedo i lavori precedenti e li studio come un solido e fertile terreno per coltivare qualcosa di nuovo. Arte per me è comunicazione. Più hai e più puoi dare… 

Mi parli del tuo nuovo progetto itinerante “Choosing My Religion”, in mostra in questo periodo al Wäinö Aaltonen Museum?

Choosing My Religion è il mio tentativo di capire le religioni ed osservarle, soprattutto dal punto di vista delle donne. Perché le persone ne hanno bisogno? Perché attraggono le persone? Io non sono credente ma sono sempre stata interessata alla pluralità delle religioni e delle culture. In CMR unisco la ricerca a molte forme d’arte visiva. La mostra itinerante Choosing My Religion consiste in sessanta fotografie, grandi dipinti, documentari, un’installazione oleografica, una collezione di oggetti e un libro. Le parole chiave del progetto sono “bellezza” e “saggezza”. Ho scelto questi elementi positivi che attraversano le religioni perché il mondo dei media si focalizza sui loro aspetti negativi. Le persone spesso le usano per i loro scopi, in politica, in economia e nei rapporti umani.

Secondo me i più grandi doni delle religioni consistono nella bellezza dell’arte e dei rituali. Le grandi storie e la saggezza concreta delle religioni sono state filtrate da centinaia di generazioni. Nella mostra ci sono citazioni quali “se non sai dove stai andando, qualunque strada ti ci porterà” oppure “il viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo”. Nel sito web si trova una collezione di saggezza delle nove religioni più grandi.

Mentre lavoravo al progetto mi sono resa conto che non possiamo capire la cultura senza capire le religioni. Gran parte dell’arte mondiale è realizzata in connessione con la religione. Ciò è evidente anche nell’arte contemporanea. In un mondo multiculturale, abbiamo bisogno di capire sempre più le radici di ognuno. Anche se le persone non praticano la religione, la loro lingua, il pensiero, la moralità e le abitudini di ogni giorno sono profondamente connesse con essa.

Choosing My Religion consiste in molti autoritratti di studenti, di preti e leader di riti religiosi. Nel mondo reale la donna non è ammessa a questi ruoli ma in arte tutto è possibile. Tutte le religioni principali sono invenzioni degli uomini e strettamente gestite dagli uomini. Nei paesi nordici le donne possono diventare preti ma non è il caso del resto del mondo. Sembra che la donna sia sempre più controllata dalla religione e dagli uomini. Una sciarpa è uno dei simboli più politici di oggi.

Pubblicato su Juliet n.144/2009

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