Intervista a Rúrí

Ruri, Future Cartography, photo by María Rún Jóhannsdóttir (installation at ASI Art Museum, Reykjavik 2012)

È stato un onore intervistare Rúrí. Rúrí è considerata la più importante artista islandese e in questa conversazione ci da una lezione di arte, etica, estetica e politica. Arte come fare, svelare e denunciare. Allo stesso tempo ci racconta cosa bolliva in pentola negli anni ’70 in quella lontana terra europea, dove gli artisti conoscevano l’arte quasi esclusivamente attraverso le riviste ed erano costretti ad auto-esiliarsi per poter lavorare.

Laura Fanti: Di solito non faccio domande sulla formazione di un artista ma sono molto incuriosita dalla tua e immagino di non essere la sola… Mi potresti dire qualcosa sui tuoi studi e sulla prima volta in cui ti sei immaginata artista? 

Rúrí: A dodici anni ho dipinto ad olio per la prima volta, questo può essere l’attimo in cui ho iniziato ad immaginare di diventare un’artista, finché a sedici anni la mia mente era pronta per l’arte. Ho studiato all’Icelandic College of Arts and Crafts, ho seguito un corso di Filosofia all’University of Iceland e ho continuato al De Vrij Academie Psychopolis a L’Aja tra il 1976 e il 1978. In quel momento la scena artistica olandese era molto progressista e ispirava parecchio i giovani artisti. Alla fine dei miei studi fui invitata a partecipare ad alcune collettive e Wies Smals mi invitò al De Appel ad esibirmi da sola in una performance, che fu incredibilmente stimolante.

Oggi è più facile definirsi artisti concettuali e performativi… immagino così non fosse negli anni ‘70. Mi potresti dire qualcosa di più su quei momenti? E sui tuoi riferimenti e sentimenti alla fine degli anni Settanta?

In realtà non ho mai trovato difficoltà nell’essere un’artista concettuale e performativa. L’arte è stata una forza trainante nella mia vita, il grande amore, e quando si è innamorati non ci si mette a riflettere sul fatto che ciò può richiedere dei sacrifici. Mi rendo conto che i miei primi lavori resero la vita della mia famiglia un po’ pesante, perché la società non li accolse bene. Visto che ricevetti alcune critiche grossolane nella mia terra, nella metà degli anni ‘70 (che risultarono salutari per la mia formazione e il mio irrobustimento), mi chiesi se l’arte e il concetto valessero il dolore che richiedevano.
Nella performance trovavo interessante il fatto che non ci fossero intermediari tra l’espressività dell’artista e lo spettatore, e in più l’assenza di materiali. Il lavoro performativo si traduce direttamente durante l’atto stesso, senza alcun valore materiale, e poi rivive solo come memoria. Non dobbiamo dimenticare che la memoria può essere un potente strumento.
Anche se l’Islanda in quegli anni era alla periferia della scena dell’arte moderna, esisteva una “finestra” rappresentata dalla galleria SUM di Reykjavik, la quale occasionalmente esponeva arte giovane dall’estero. Noi, pochi artisti emergenti, affamati d’arte moderna, ci riunivamo e condividevamo informazioni sulla scena internazionale e anche libri, difficili da reperire, sui lavori di Marcel Duchamp, Joseph Beuys, George Segal, Jim Dine, Jean Tinguely, Niki de Saint Phalle, John Cage e molti altri, e anche le poche riviste disponibili, finché uno alla volta non siamo partiti per l’estero a continuare i nostri studi. Io, che utilizzavo la performance come mezzo espressivo, frequentavo la galleria De Appel ad Amsterdam, che esponeva soprattutto arte performativa. Quando, nel secondo anno di soggiorno in Olanda, fui invitata ad esporre lì, fu al contempo una grande sfida e un’incredibile opportunità.

Silence of the Waterfall, 2007
audio-video/ performance installation
Photo by Mila Pavan (MiP)

Lavori sia con la storia sia con la natura. Quali credi sia il loro rapporto essenziale?

Venendo dall’Islanda ho un rapporto molto stretto con la terra e le forze della natura: la terra è poco coltivata e si apre all’osservazione geologica. Un occhio allenato può leggere la natura come fosse un libro di storia. Si può osservare come il paesaggio sia stato modellato dai primi eventi, dalle inondazioni, dalle eruzioni e dai terremoti; come l’oceano abbia tirato con forza la costa, come i fiumi abbiano portato sedimenti accumulatisi sulle sponde e la battigia ad estendersi oltre nell’oceano creando altra terra. Il “libro” si riferisce all’intero globo, si può leggere come l’interferenza dell’uomo abbia modellato ed alterato la natura con l’agricoltura, l’irrigazione, la deforestazione, la fondazione di città e autostrade, ecc…
Quando parliamo di storia, ci riferiamo spesso alla storia umana, ma gli esseri umani non possono sopravvivere senza la natura. Esistiamo in una specie di simbiosi con la terra e il nostro destino è tutt’uno con il benessere della terra. Così io considero i due temi come due facce della stessa medaglia.

Apprezzo molto il tuo modo di fare politica: non urli né usi parole. Semplicemente fai il tuo lavoro e questo ha un impatto più forte di una dichiarazione! 

Tutti gli esseri umani hanno più sensi, e di solito li usiamo tutti quando osserviamo o valutiamo, sebbene ciò avvenga in modo inconscio per molti di noi. Questo è vero soprattutto nelle società occidentali, dove la parola e l’informazione letteraria hanno guadagnato di più rispetto ad altri mezzi di informazione. Comunque, poiché la “parola” – o il linguaggio verbale – è stata utilizzata in modo ingannevole in politica, essa ha perso parte della sua credibilità. In molti dei miei lavori è importante il fatto che essi esprimono simultaneamente a diversi livelli di consapevolezza, come la stessa vita fa. Consciamente intreccio diversi livelli nei miei lavori: forma e colore, scala, estetica, tatto e udito, intelletto, emozione, sensorialità, ecc…

L’acqua è molto presente nel tuo lavoro. Ha molti significati, è vita ma può essere morte, per la sua forza e il suo potere di nascondere… mi riferisco a Dedication II, performance in memoria di donne giustiziate a Drekkingarhylur. In questo caso l’acqua è una punizione, invece di essere un processo di purificazione diventa una specie di gogna… tu lavori per ricordare queste donne. In questo modo, la storia, la natura, tutto diventa la stessa cosa… vedo che il tuo rapporto con il passato ha senso, se puoi leggerlo nel contesto naturale. È così?

Anche se l’acqua non è presente in tutti i miei lavori, il valore etico sì. La cosa essenziale è che le donne furono giustiziate con l’annegamento, per aver messo al mondo dei bambini, per aver dato la vita. L’atto di condannarle a morte e ucciderle è l’estrema contorsione della giustizia: ricompensare il dare la vita, con la morte (anche se non è un soggetto del mio lavoro, bisogna tener presente che le autorità giudiziarie, permeate di religione com’erano a quel tempo, possono aver interpretato, senza volerlo, la morte attraverso l’annegamento o il rogo, come purificazione dell’anima della giustiziata).
Ho realizzato Dedication II per onorare le donne e la loro memoria. Sebbene le esecuzioni siano avvenute nel XVII e XVIII secolo, oggi ci sono molti esempi di ingiustizia esercitata sui cittadini nel nome della legge o della giustizia. Allo stesso tempo, al di fuori della legge, un altro tipo di ingiustizia è in uso ancora oggi, donne (e bambini) vengono venduti come bovini all’interno di una certa “industria”, solo per fare un esempio.

Ruri, Future Cartography, photo by María Rún Jóhannsdóttir, 2012

Hai fatto una mostra con Pat Steir, Hekla Dögg Jónsdóttir e Olafur Eliasson lo scorso anno, Foss/Falling Waters al Reykjavik Art Museum.
Vedo molte affinità tra il tuo lavoro e quello di Pat Steir, non solo nel tema delle cascate ma anche nell’atteggiamento spirituale e minimalista. Vedo, d’altra parte, delle differenze nella fiducia nel potere creativo: Pat Steir più legata al passato e alla pittura tradizionale, i tuoi lavori più “potenti”! Eliasson è un artista concettuale sicuramente, ma non così “coraggioso” come te! Che ne pensi? 

Sono tutti bravi artisti. Per fortuna, gli artisti sviluppano diverse caratteristiche, altrimenti l’arte diverrebbe piuttosto monotona. Ognuno è modellato dall’ambiente e dalla propria giovinezza.
Qualcuno prende le distanze o anche oppone punti di vista nel momento in cui cresce, alcuni nutrono la loro arte delle proprie radici, altri portano insieme entrambi gli elementi; mentre la mia gioventù in campagna sembra un’avventura continua, a volte pericolosa. Viaggiando in montagna o al mare, ho avuto più volte la fortuna di vedere la mia vita in pericolo, la prima volta molto presto. Dico “fortuna” perché queste esperienze sono state lo strumento per schiarire la mia visione e affinare i miei sensi nei confronti della natura, della terra e delle sue forze, di ciò che è importante nella vita e di ciò che è mera trivialità, di come voglio spendere la mia vita e la mia energia. Credo che ciò si veda nel mio lavoro, poiché faccio sempre uno sforzo per rimanere vera nei confronti del mio soggetto.

In che senso ti definisci un’artista? Chi è oggi l’artista?

Mi piace pensare all’arte come alla filosofia tradotta in forme visibili, e a me stessa come un’osservatrice che documenta le mie osservazioni in opere d’arte. “L’artista di oggi?”, l’artista è sempre stato chi porta nuovi livelli di consapevolezza o nuova enfasi di consapevolezza, sia con mezzi verbali, sensoriali, emozionali, intellettuali o visivi.

Rúrí è nata a Reykjavik nel 1951 dove vive e lavora.

www.ruri.is

Intervista pubblicata su Espoarte n. 57 febbraio-marzo 2009 e su Undo (http://www.undo.net/it/magazines/1236027198)

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