Yosuke Taki – In the beginning is my end

YOSUKE TAKI- IN THE BEGINNING IS MY END

Non è solo nei Four Quartets che Eliot espone la sua teoria rovesciata dell’inizio come fine, della fine come inizio e la ricerca del momento sottile in cui avviene la vita. Già nel crudo e visionario The Waste Land, il poemetto che precede di venticinque anni il capolavoro della maturità, il poeta scrive dello scambio simbolico vita-morte e dell’ambiguità della primavera, carica di desiderio e memoria, al suo culmine in aprile: “April is the cruellest month”.

Una simbologia che continua in Four Quartets dove il verso “In the beginning is my end” si pone come l’esito naturale delle riflessioni giovanili sulla genesi dell’umanità e della natura.

L’artista giapponese Yosuke Taki, in mostra alla galleria Luxardo, trasforma sapientemente in immagini fotografiche i citati versi eliottiani. L’insieme è quello di una mise en scène (intenzionalmente cercata da Taki, il quale ha lavorato molto per il teatro), dove le singole parti stanno per il tutto, in un rapporto metonimico. E dove il titolo di una delle sezioni della mostra, Zero Summer, è di nuovo una citazione da Eliot, una poetica di ossimori, di incontro tra la vita e la morte; in realtà il momento insondabile dell’inizio della vita che secondo Taki non si colloca nel suo primordiale fiorire ma nella piena formazione dei suoi elementi.

Ecco perché il suo occhio si ferma su foglie accartocciate di cardo mariano e di girasole, apparizioni epifaniche stagliate su fondo nero, elementi che perdono la loro riconoscibilità e che assumono valore meta-naturalistico (in bilico tra natura e arte).

Questa ricerca della “Zero Summer” continua nei lavori della serie Codex Naturalis: fotografie di libri ricoperti di gesso, dal forte impatto visivo, che formano immagini naturalistiche, quasi onde marine. Questa volta la natura – “Zero Summer”?- si forma nella mente dell’osservatore.

A chiudere il percorso Dreams of dead insects, still di un video ispirato ai racconti di Laura Biagi, che da bambina aveva un rapporto empatico con la natura tanto da celebrare funerali di insetti morti.
Le foto che compongono questo lavoro (un work in progress) sono immagini sfocate di fiori dai colori vivaci, che non stanno per la loro riproduzione fotografica né rappresentano qualcos’altro, non assurgono a nuova forma ma si presentano come nuda natura.

Forse per questo intangibile e vicina all’infinito. Sulla sua ricerca di paesaggio dell’estate zero, Taki scrive “Pensai di vederlo come un paesaggio naturale del futuro, impregnato però delle memorie di storie; era come se le piante ricordassero, nella loro linfa, nelle loro vibrazioni, tutti gli atti storici dell’umanità del passato, come a intendere che la natura sopravvive alla civiltà, che le piante conoscono l’infinito, dimensione proibita a noi umani”.

Noi umani ci poniamo come anonimi spettatori di questo paesaggio cercando di costruirlo nella nostra mente e con le nostre piccole azioni, cercando di trovare vita nella morte, un punto sospeso, quasi irraggiungibile.

Laura Fanti, Espoarte, n.45, febbraio-marzo 2007

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