SISSI

Intervista a Sissi

di Laura Fanti 

Ciò che amo di molte artiste contemporanee è il rapporto che riescono ad instaurare con l’energia, che sia propria o recepita, il loro modo di dirigerla tramite competenze tecniche, abilità manuali e cerebralità. Credo che la mente sia unica, che non sia separata dal “cuore” o da altro organo di senso passionale immaginario. Tra coloro in cui il binomio ragione/sentimento o mente/cuore si appiattisce fino a diventare nucleo creativo esclusivo c’è Sissi.

Sissi ha poco più di trent’anni, da dieci fa l’artista. Tutt’uno con quello personale il percorso artistico, dove il lavoro diventa pelle e il corpo una trama da tessere e disfare ogni volta. Senza filtro né distanza, senza foto né video, solo materiali poveri, bambù, ferro, paglia, fili di lana, di nylon, tutto ciò che può essere lavorato a mano, intrecciato, fuso, come un vecchio mestiere artigianale che va a formare nuovi mondi, nuove abitazioni, dove sentirsi liberi o in trappola.

Laura Fanti: Direi di iniziare tornando indietro nel tempo: cosa preferivi fare da bambina? Quando hai capito che avresti fatto l’artista?

Sissi: A tredici anni realizzavo riproduzioni ad olio dei capolavori dell’arte e li regalavo ai fidanzati e alle amiche per dimostrar loro il mio affetto. Dopo una decina di riproduzioni di Van Gogh, Schiele e Turner ho deciso che era ora di donare agli altri le mie emozioni.

Hai iniziato a farti conoscere molto presto. Il premio Furla (2002) ti ha dato una buona visibilità. Come ricordi la tua vita e il tuo modo di fare arte in relazione a quell’evento?

La mia disciplina nel lavoro è costante: ho sempre privilegiato i miei tempi interni, controllando le alterazioni e le richieste che venivano dall’esterno, poiché credo che bisogna possedere se stessi, i venti esterni possono alzare la marea ma preferisco che le onde mi scuotano da dentro.

Ricordo bene la tua mostra al Macro di Roma nel 2004, “Nidi” (che forse soffriva di uno spazio asettico e senza finestre). L’intreccio, naturale e innaturale al tempo stesso, da te creato, mi affascinava e coinvolgeva in una dimensione macroscopica annientante. Cosa ricordi di quella mostra? Hai continuato molte volte a lavorare sull’intreccio, sui legami, sulle corde…

Mi ricordo che descrivevo al pubblico le mie emozioni e cosa rappresentava per me Nidi: “Come se un barattolo di marmellata fosse caduto al suolo e si fosse rovesciato a terra…come quando il vento spinge le foglie al limite dello spazio che incontra; un paesaggio abbandonato che attende un nuovo ciclo di abitanti, spogliarsi per ricostruirsi su di sé il proprio mondo”.L’intreccio per me è l’idea di pelle, portare un materiale bidimensionale in tridimensionale, un’“altra” pelle che aderisce al mondo.

Le tue opere danno l’impressione di dilatarsi nello spazio, hanno una forza centrifuga, sono leggere solo apparentemente, le vedo forti e robuste, tuttavia accennano a un’espansione, quasi a una fuga…anche se a un primo sguardo possono apparire l’inverso, una gabbia, una costrizione. Avverti queste forze contrarie?

L’espansione è un insieme di punti che descrivono un’appartenenza con lo spazio.

Ho sempre accordato la mia interiorità con l’esterno: questo è già di per sé un legame, i nodi e gli intrecci che ho usato estendono questo intento.

Lo stringere e l’unire per me è fare materia, un insieme che cresce da manipolare.

Immagino ci sia un significato simbolico in questa scelta ma anche uno più immediato, legato al tuo rapporto con lo spazio, o sbaglio?

Il titolo La deriva è il nodo della mia gola esprime un sentimento d’uscita, qualcosa che deve essere esposto e quindi ho preferito un rapporto con l’esterno.

Uno dei pensieri che hanno determinato questa scelta e che mi hanno attraversato con un sorriso di piacere è stato quando mi sono detta: “..ma fuori saranno sotto la pioggia e il sole e a tutte le intemperie!!”. Mi piaceva abbandonarle al loro destino.

Dalle tue opere e dalle tue parole sento emergere una forma di neo-espressionismo, forse un meta-espressionismo, un oltrepassare le esperienze visive dalle radici storiche, per viverle sulla tua pelle, con una delicata ed energica misura – oltre la Body Art. La mia domanda forse è fuori luogo e un po’ retorica: Ti senti un’espressionista?

Sento che bisogna imprimere con intensa espressività il proprio lavoro, che occorre viverlo e riportarlo costantemente alle proprie esperienze di vita caricandolo del proprio sudore performativo. Il mio segno è profondo, impugno con forza, e lavoro senza sosta sentendo su di me le miniere del mio istinto.

Esprimi una forte energia e un forte ego. Ci sono degli artisti con i quali ti piacerebbe lavorare? Al di fuori delle arti visive? Che tipo di creatività o di linguaggio ti affascina maggiormente?

Mi piacerebbe avere una collaborazione con Vivienne Westwood, stilista di autentiche creazioni e dal fascino inesauribile. Un’esperienza con la moda mi interesserebbe per sviluppare la mia predilezione verso la vestizione del corpo. Il corpo è un supporto su cui ho sempre rovesciato la mia attenzione, modellandoci sopra dalle sculture alle creazioni che indosso tutti i giorni come se fosse un foglio bianco su cui sperimentare le prime idee. Per me i materiali sono “cose” che sentono e, indossandoli, possiamo esprimere un’esperienza e trascendere in noi questo sentimento, una sorta di libidine “indumentale”.

Sei di ritorno da Venezia dove sei stata invitata ad esporre al Padiglione Italia della 53.a Biennale. Cosa ci racconti di questa tua esperienza?

Fantastica. La Biennale è un’entità sproporzionata, sopra misura, ti senti sempre vicino a lei ma allo stesso tempo è troppo grande. La deriva è il nodo della mia gola è il titolo dell’opera che ho esposto. Un’onda emotiva che si rovescia esternamente in un corpo collettivo. Forme organiche in ceramica che ho modellato sentendo e palpando la mia interiorità riemersa. Come un ritrovamento archeologico, è protetto e contenuto da una cupola alta sei metri in ferro battuto a mano. Un lavoro che parla di parti di corpo sopravvissute, esposte alla vita esteriore per resistere al sole e alla pioggia.

 Ci puoi accennare ai tuoi progetti autunnali?

Nell’autunno presenterò un nuovo lavoro per un premio biennale sulla scultura alla Fondazione Materima di Casalbeltrame, successivamente una residenza d’artista presso la Fondazione Ranieri di Civitella e alle porte del nuovo anno una personale alla Galleria Mizuma di Pechino.

Sissi è nata nel 1977 a Bologna. Vive e lavora tra Bologna e New York.

Intervista pubblicata su Espoarte n.61, ottobre-novembre 2009.

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