Premio Celeste 2012

Premio Celeste 2012        

Laura Fanti

A conclusione del lavoro per il Premio Celeste 2012 sono emerse sorprendenti affinità tra le opere che ho selezionato.

Alla base di molte sussistono riflessioni sull’identità, parola che viene brandita da più parti nella nostra società per invocare un’appartenenza spesso in modo inconsapevole – e irresponsabile.

Gli artisti ci ricordano, piuttosto, come l’identità sia principalmente una faccenda dell’anima e come il lavoro su di sé si caratterizzi per un’infinità di sfaccettature. L’introspezione può avvenire in uno spazio limbico, come nel video spaesante di Armida Gandini, o alloggiare in un décor teatrale, come nel progetto di Eleonora Pecorella. In entrambi i casi si riflette su chi si è, nel primo cercando delle coordinate e lavorando sul proprio corpo, nel secondo studiando la propria immagine, eterno conflitto tra il nostro desiderio di essere e il nostro profondo io. In questo viaggio si può passare attraverso un turbamento nato da un sogno o un’allucinazione (le foto di Alessandra Baldoni e Donatella Izzo), mentre la consapevolezza più profonda può condurre a pensieri estremi, di autodistruzione, come nella pittura di Elisa Cella (Mangiando se stessa).

La memoria è l’altro tema ricorrente. Da sempre ambito di ricerca della fotografia (come ci ricorda il poetico lavoro di Flavio Romualdo Garofalo), interessa anche altri linguaggi, come il video Mi fa pena il giardino di Garden Forough, intensa riflessione sull’abbandono e sulla solitudine, girato sulle strofe di una poesia dell’iraniana Forough Farrokhzad, e la pittura, come nel lavoro di Romina Giuliani che ci parla della memoria individuale, dove lo scavo interiore si unisce al processo temporale e dove l’inchiostro si fa gouache per cancellare la durezza del segno.

Le questioni socio-politiche sono le più complesse da tradurre visivamente, il rischio di cadere nella tautologia e nella retorica più banale è frequente. Bruna Chiarle e Angelo Bertini hanno superato brillantemente questo rischio, la prima con l’installazione-performance Questo mondo non mi somiglia, dove dialogano l’intelligenza che fa nascere le vetrate artistiche e le brutali pretese dell’economia attuale; l’altro con la raffinata video-performance Heartbeats, dagli spunti esistenziali e dai risvolti più sottilmente politici. L’installazione di Barbara Matera (Arbor Vitae) è, invece, volta a sensibilizzare su tematiche ambientali, con pratiche care a Beuys. Infine, il video Towns di Luther Blissett restituisce l’inesorabile decadenza delle grandi città, prive di identità e terreno di omologazione.

Tra coloro che hanno soffiato aria nuova nelle tecniche più tradizionali, come pittura e scultura, Angelo Sturiale e Marco Milia. Il primo con dei lavori sensazionali della serie Seibutsu, novelli cadavres exquis, nati in realtà da un complesso rapporto tra autocontrollo e predisposizione all’ascolto. Milia con un progetto basato sull’illusione ottica, che impiega i quasi-cristalli, materiale sintetizzato di recente, dove la condizione dello spettatore è fondamentale, così come lo è nel gioco di specchi creato da Heidi Ambach.

Ping Li e Giuseppe Biguzzi rielaborano sapientemente la tradizione, con la loro essenzialità realizzano il primo una riflessione sul linguaggio della pittura, il secondo un dialogo originale tra linea e colore, con rimandi all’Espressionismo e al Fotorealismo. Il bianco e nero di Francesca Parità (Vanità e Decadenza) è, invece, una personale visione della fotografia artistica con allusioni pittoriche ammalianti.

Le nuove tecnologie la fanno da padrone nei video di Moinonplus (Electric Tree), dove è forte  l’ossessione acustico/visiva, e di Monica Marioni(Submitted), grottesca visione dei legami sentimentali dove non mancano i riferimenti al cinema delle origini.

Conclusione

L’arte è e deve essere risposta, oltre che interrogazione, per questo ho apprezzato particolarmente quegli artisti che non si sono limitati a denunciare, ma hanno aperto a nuove prospettive concettuali e all’elaborazione di pratiche artistiche originali, ma anche coloro che, pur attingendo alla tradizione e a linguaggi consolidati, hanno dimostrato una propria personalità e una propria visione del mondo.

Testo pubblicato nel catalogo PREMIO CELESTE  2012

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