Elisa Sighicelli

Untitled (Objectless Composition no. 3), 2009%0A123 x 123 x 6 cm%0APartially back-lit C-print mounted on lightbox%0AIntervista a Elisa Sighicelli

Elisa Sighicelli è nota soprattutto per le lightboxes, fotografie su plexiglass retro-illuminate, dove il frammento di realtà, prelevato un attimo prima, perde la sua identità, dove l’ombra può diventare luce e la luce annientarsi, in una dimensione sospesa e a-temporale, che genera altri mondi, astratti, irriconoscibili ma attraenti al tempo stesso.

Laura Fanti:  Cara Elisa, hai studiato scultura a Londra: cosa di quel periodo ha messo radice in te? Le lightboxes appartengono a questo percorso?

Elisa Sighicelli: Ho sempre studiato in dipartimenti di scultura, anche se negli ultimi anni di corso già lavoravo con la fotografia. Credo che questo abbia favorito un approccio “concettuale” e l’idea di considerare la fotografia solo come un mezzo. Non ho mai pensato alla foto come fine a se stessa, ma sempre come materiale da manipolare fisicamente, da tagliare, da installare. Le lightboxes, attraverso la luce elettrica che retro-illumina solo alcune zone della foto, e la pittura che la maschera parzialmente, sono un mezzo per manipolare fisicamente la fotografia.

La tua costituzione d’oggetto è apparentemente casuale, puoi essere attratta da un edificio ma anche da una sola porta o da un paesaggio…in ciò il tuo lavoro si avvicina alla straight photography, tuttavia non ti accontenti dell’objet trouvé e del tuo punto di vista, ma trasformi l’immagine, con molta raffinatezza, restituendola a un contesto più estetico e non alienante. Questo è un procedimento compiuto? O ti crea un senso di insoddisfazione, al punto che ci metteresti mano a più riprese?

I soggetti dei miei lavori fotografici e video sono dei frammenti di realtà, ma il mio lavoro non è assolutamente realistico né oggettivo. Attraverso un processo di sottrazione, cerco di eliminare le caratteristiche che rendono questi frammenti immediatamente familiari. Questo processo spero contribuisca a rimuovere la percezione automatica del reale a cui siamo abituati. Dopo che l’oggetto trovato è stato fotografato, la foto viene manipolata con la parziale retro-illuminazione, così che alcune superfici rimangono mascherate.

La fotografia, per sua natura, fissa un momento nel tempo che automaticamente diventa passato. Le mie fotografie, parzialmente retro-illuminate, rendono, invece, questo momento continuamente presente e aperto. Amplificano il tempo dell’immagine in un presente esteso che si attualizza continuamente davanti all’osservatore. Ciò potrebbe dare l’impressione di un procedimento incompiuto, ma, in realtà si tratta di un lavoro molto preciso e finito a cui non rimetterei più mano.

Come hai detto tu, l’”oggetto trovato”, il frammento di realtà, viene a far parte di un contesto estetico ma il mio scopo è quello di renderlo alieno, di accentuarne l’atmosfera sospesa e straniante, anche grazie alla parziale retro-illuminazione che spesso è antinaturalistica. La luce elettrica della lightbox, infatti, non illumina le parti più luminose della foto, come sarebbe logico, ma in molti casi crea un’aura luminosa intorno al soggetto, in modo che si stagli dallo sfondo e acquisti una presenza “metafisica”.

Untitled (The party is over) è il video che hai presentato alla 53a Biennale di Venezia (2009), insieme ad Untitled (Grid). E’ un loop muto, di appena sette minuti anche se sembra infinito! Sembra appartenere a uno spazio senza coordinate. Ho apprezzato particolarmente la scelta del muto associata ai fuochi d’artificio ripresi al contrario, che al posto di esplodere, implodono e sembrano “risucchiare” lo spettatore fino ad ipnotizzarlo! Ti sei posta la questione della ricezione del video?

Credo che tutta l’arte contemporanea si ponga il problema dello spettatore. Credo che lo spettatore sia sempre al centro dei miei lavori. Le mie lightboxes agiscono come dei set e lo spettatore ne è il soggetto e proietta se stesso nella fotografia.  Nei miei video cerco di trasformare il reale in uno spettacolo ipnotico, che possa immergere lo spettatore in un tempo sospeso che induce a fantasticare.

Intervista pubblicata su Espoarte, n. 60, agosto-settembre 2009.

Elisa Sighicelli è nata a Torino nel 1968, vive e lavora tra Torino e Londra.

Il 12 marzo inaugura una sua personale alla Gagosian Gallery di Ginevra

http://www.gagosian.com/exhibitions/elisa-sighicelli–march-12-2013

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