Picks: Manet, La ferrovia, 1873 (parte prima)

Edouard_Manet_ferrovia

Spesso l’effetto sfumato della fotografia, dovuto ai tempi di posa lunghissimi che trasformavano in ombre evanescenti e informi gli elementi mobili come i passanti, attirò il pennello degli Impressionisti, ma solo per evidenziare la moltitudine che percorreva i viali e l’effetto luministico dei suoi movimenti, in contrasto con le foglie degli alberi. Altre volte erano i tagli arditi ad affascinare gli artisti, in particolare Degas e Manet.

Basta osservare il dipinto di Manet (1832-1883), La ferrovia (1873), dove lo sbuffo del treno e gli effetti pittorico-luministici sono retrocessi al fondo per far spazio a due figure femminili. L’una, Victorine Meurent (1844-1927), era la modella preferita dell’artista, qui in una posa disinvolta e contemplativa, con i lunghi capelli rossi e un libro e un cagnolino in grembo, l’altra, una bambina vista di spalle, che le fa da contrappunto pittorico.

Dove la prima mostra l’orecchio destro, questa mostra il sinistro, dove l’abito della prima è blu con inserti bianchi, questo è bianco con inserti blu: un inno alla pittura e, per certi versi, l’opposto di quello che facevano Monet e Renoir. Non viene trascurato nulla: il pittore è attento a far vedere l’orecchino, il sottile bracciale, l’acconciatura della bambina, e più probabilmente ha dipinto in studio, infatti le due figure non si intersecano, non dialogano, sono due mondi a sé.

Due mondi a sé fatti di sola pittura, dove Manet fa di tutto per dimostrarlo, sono sottilissimi i passaggi da un colore all’altro e ben calibrati quelli tra i bianchi e gli incarnati (come già nell’Olympia). Manet dimostra anche la sua adesione all’Impressionismo tout court con rade pennellate in basso a destra e in alto a sinistra, ma anche quando, come dire, si lascia andare alla scomposizione della pennellata, sembra non prendersi sul serio: il suo punctum è lì, nel volto della modella e nello splendore e nella raffinatezza dei colori.

(estratto rielaborato dell’articolo La ville pubblicato su “Ottocento”, n.18, settembre-ottobre 2009)

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