Giuseppe Sacheri

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Oggi 2 giugno, festa della Repubblica, dedico due righe a un artista italiano dimenticato.

Il viaggio ha fatto da cornice all’esistenza di Sacheri, il quale, nato a Genova nel 1863, si trasferisce ben presto con la famiglia a Ravenna, dove riceve i primi rudimenti pittorici dal pittore Arturo Moradei, e poi a Torino, dove inizia la sua vera formazione artistica con Lorenzo Delleani, che lo introduce alla pittura di paesaggio.

(…)

Già alla metà dell’Ottocento, artisti come Antonio Fontanesi e Giuseppe e Filippo Palizzi diedero nuovo impulso al paesaggio, non più visto come una quinta teatrale ma come il protagonista assoluto della scena, e iniziarono una lenta ricerca sulla libertà della pennellata. Con Sacheri avviene un passo ulteriore: i suoi dipinti mostrano, rispetto ai suoi maestri, una maggiore spregiudicatezza e varietà di colori, una maggiore libertà, non tanto nella scelta del soggetto quanto nel modo di interiorizzarlo e di sprigionarlo sulla tela.

Il mare e la campagna sono i suoi soggetti preferiti, scenari privi della presenza dell’uomo, vicini all’estetica del secondo Romanticismo e del Simbolismo, più che al primo Romanticismo, dove l’uomo era sempre presente ed era rappresentato nella dimensione dell’infinitamente piccolo rispetto all’infinitamente grande dell’universo (valga uno per tutti l’esempio di Friedrich).

Sacheri amava molto la pittura simbolista, cosa che in parte stupisce, i suoi preferiti erano Khnopff, l’artista belga dalle raffigurazioni morbose ed evanescenti, e Von Stuck, l’artista tedesco dai temi dionisiaci.

Tuttavia, nulla del mistero simbolista sembra appartenere al suo lavoro, che appare, al contrario, caratterizzato da una lucida visione della natura. Fino ad un certo punto…Sacheri non è un vedutista, sì, dipinge dal vero ma la calma di una visione distaccata non gli si addice.

I suoi numerosi dipinti di mare, che ritraggono spesso borghi attorno a Genova come Bogliasco e Camogli, superano il confine della veduta e diventano espressivi, le onde impetuose, la schiuma del mare sbattuta in faccia allo spettatore.

La luce ha sempre un ruolo importante -seppur non portante- e riesce a fondersi in colori accesi come mai nella pittura italiana. Credo che questa sia l’innovazione più forte dell’artista, ossia l’esser riuscito a far vivere di luce propria i dipinti, senza uso di chiaroscuro, spesso senza presenza di fonti luminose, ma assimilando interamente la lezione impressionista, usando colori molto vivi come il verderame, la terra di Siena, l’ocra e il blu pervinca, che accendono il quadro senza bisogno di altro.

Un altro elemento che mi colpisce tantissimo è la finitezza delle sue composizioni, anche quando si rasenta l’abbozzo, la netta importanza di ogni angolo, l’assenza di trascuratezza che scaturisce dalla sua mente limpida e, almeno apparentemente, per nulla pervasa dall’inquietudine. Ci sono, d’altra parte, dei lavori che appaiono meno studiati, misurati, dove l’artista ha lasciato maggior spazio al proprio estro: sono le marine meno “descrittive”, dove il colore è più libero e la pennellata più dinamica.

Secondo alcuni studiosi, le opere più ispirate di Sacheri sarebbero quelle del periodo precedente al trasferimento in Piemonte, affini alla pittura di paesaggio scandinava e al modo nordico, per così dire, di affrontare il simbolismo. Nelle opere degli anni Dieci, che seguono il viaggio in Olanda e che saranno esposte più volte – anche alla X Biennale di Venezia- la pennellata è densa, molto materica, a volte sostituita dalla spatola. I numerosi viaggi nell’Europa del Nord contribuiscono alla definizione dell’originalità della sua estetica, che si libera al contempo dell’eredità ottocentesca e fontanesiana ma anche di quella impressionista e poi nomelliniana, per giungere ad una matura sintesi del simbolismo. Un simbolismo sui generis, che, pur derivando da artisti come Böcklin o Von Stuck, si distacca notevolmente dai loro accenti di morbosità e dai loro modelli.

Sacheri non si serve mai di figure, non ha bisogno di raccontare o di significare, non vuole riferimenti letterari, il suo punto di partenza resta sempre un’impressione visiva arricchita da fremiti di colore, e la scelta del quasi monocromo o di una tavolozza più varia definisce il suo modo di essere simbolista, empatico con il modello. Ecco perché nelle cosiddette “opere nordiche”, realizzate in Olanda e Danimarca, si assiste ad una maggiore consapevolezza, dove la libertà di colore e della sua origine, diventa anche scioltezza di mano.

(…)

 

(Estratto dell’articolo pubblicato su “Ottocento“, febbraio 2009)

 

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