Qualche parola sulla vicenda palermitana di Hermann Nitsch

Bruxelles, 26 giugno 2015

Da giorni mi chiedo se scrivere qualcosa su quello che sta accadendo a Palermo.

Una delle prime mostre che andai a vedere da giovane adulta fu proprio quella di Hermann Nitsch al Palazzo delle Esposizioni di Roma, istituzione di nuovo al centro dell’attenzione per altri motivi…

Quella mostra durò il tempo di una breve estate, dal 4 luglio al 19 agosto del 1996. Poche settimane per un bagno di sangue, o meglio, quello che restava di quelle cerimonie, offerte sacrificali o come vogliamo chiamarle. Ricordo altarini con ostensori e calici ai quali mi affacciavo timidamente e paurosamente, vesti inondate di sangue, qualche tela, ecc. Sono passati venti anni, l’artista era noto e mi chiesi il perché di una mostra su di lui. Mi ci portò una persona che studiava filosofia, estetica in particolare, dunque pensai che il lavoro del viennese fosse più attraente per qualche studio a me non particolarmente noto in quel momento, forse più di tipo antropologico invero.

Adesso, più che parlare della qualità del suo lavoro vorrei concentrarmi su qualche aspetto della vicenda palermitana anche in base ai miei studi e alla mia esperienza di venti anni fa. L’obiettivo in quel caso forse fu centrato: quel senso di curiosità misto a terrore che ispirano alcuni riti religiosi era proprio lì, palpabile nel battito del mio cuore davanti a quella mensa. Scoprire il calice (confesso con un po’ di paura!) e non trovare nulla dentro fu al tempo stesso una sorpresa e una delusione.

Forse lo scopo dell’artista era questo: impaurire, come fanno alcune religioni (oserei dire tutte) per poi rivelarsi più leggera persino vuota – qui non esprimo il mio parere sulla religione. Non sapevo se definirla arte o cos’altro sinceramente. Sapevo però che stavo capendo, che non ci voleva molto per capire il senso di quelle azioni, almeno per una studentessa universitaria.

Quello che invece mi genera confusione è quello che sta accadendo a Palermo, o meglio le reazioni del “mondo dell’arte” rispetto agli eventi. Censura, non censura? La censura, noi tutti uomini e donne dal libero pensiero la consideriamo qualcosa di orribile alla quale opporsi anche quando sono in gioco alcuni nudi o immagini crude…che forse ne avrebbero bisogno.

Qui secondo me il problema è un altro: censuriamo il diritto di espressione di un artista, i suoi metodi, la violenza, la paura dello sguardo e dell’emozione? E chi si oppone a chi protesta perché lo fa? Si dice no alla violenza della performance o all’“opera d’arte” o all’artista?

Mi sono informata sulla petizione. “Secondo i 54mila firmatari della petizione su Change.org, “in questi giochi rituali, che durano diversi giorni, si incitano gruppi di persone a squartare animali, a tirarne fuori le viscere e a calpestarle, a imbrattare di sangue delle persone crocifisse e a unirsi in un rito collettivo di frenesia, basato su riti liturgici e sacri – si legge sulla petizione – Qual è lo scopo della sua arte? Insinuarsi nel subconscio del singolo colpendolo con immagini di animali sanguinanti e sacrificati in croce, ebbrezza, nudità e sangue” (Fonte Il fatto quotidiano, Elisa Murgese, 25 giugno 2015).

Allora vorrei che chi difende l’artista a spada tratta, tirando in ballo, ahimè, geni del passato, riflettesse seriamente sulla portata delle proprie parole, senza il pregiudizio secondo il quale “la gente comune” (mi chiedo poi se 45,000 persone animaliste siano popolino ignorante) non capirebbe un’acca di arte, ecc. ricollocando la propria posizione con una maggiore lucidità e conoscenza dei fatti e anche delle intenzioni dell’artista.

Non ci si può difendere dicendo che si tratta di carcasse e non di animali vivi (e ci mancherebbe altro altrimenti si finirebbe dritti in galera) perché in questo modo si crea ancora più confusione e forse si rendono legittime delle prese di posizione che non credo lo siano realmente. Accanirsi su un animale morto, togliendogli le viscere, ecc. secondo l’artista sarebbe un modo per mostrare la brutalità di antichi rituali (semplifico), quale lo scopo allora di gettare sangue sulla tela o su corpi umani? Sarebbe questo un modo per avvicinarsi al mondo animale? Ricordare la natura animale dell’uomo? Mi perdo allora, si vogliono denunciare riti di un passato trapassato – già ampiamente denunciati nel secolo passato, con la nascita di una coscienza animalista – offrendo sangue e violenza? Non entro troppo nel merito di dignità del lavoro né voglio cercare incongruenze perché non sono esperta dell’artista e confesso che un impatto emotivo il suo lavoro lo ha avuto su di me, dunque immagino bene il fascino che può esercitare. Ma confesso anche che preferisco il silenzio e il vuoto dietro ai quali si cela il male (anche per questo non posso amare Abramovic).

Mi limito dunque a parlare del senso di quella protesta che non mi pare sia contro la libertà di espressione ma contro i mezzi utilizzati per la performance. Perché gridare allo scandalo e all’oscurantismo? Non è che l’aver eretto in suo nome un Museo esoneri dall’esprimere un parere. E inoltre: si parla sempre della distanza dell’arte contemporanea dal “volgo” e poi ci si scandalizza per questa petizione? Non è oscurantismo andare contro forme di barbarie, scegliere di dire no a forme di violenza. Non si dimostra di essere esperti di arte contemporanea levandosi necessariamente pro un artista. Siate coraggiosi, non sparate a zero né in un senso né nell’altro. E poi si dice che gli italiani non scendono in piazza e non protestano! Stavolta contro una mostra e allora? Non si può manifestare se quella mostra si serve di mezzi non proprio leciti e rispettosi?

L’arte non è legata al progresso, non è evoluzionistica, segue il proprio tempo, spesso lo anticipa, ma ha un suo percorso. Difendere ogni forma di espressione non fa del critico d’arte un progressista né uno spirito illuminato.

Ora, Nitsch avrà anche fatto opere di livello (se qualche esperto vuole parlare è il benvenuto, io non ne conosco) ma in questa vicenda sono in gioco altri fattori, dunque riflettiamoci. 

Mi farebbe piacere avere anche il parere di esperti di teatro – anche perché quella azione di venti anni fa si chiamava Das orgien mysterien theater (esattamente come quella censurata in Messico che dovrebbe svolgersi a Palermo) ma anche di colleghi critici e di amici che videro quella mostra del 1996 a Roma.

Naturalmente se ci fosse uno spreco di denaro, di energie, di lavoro per una mostra organizzata da tempo che non si farà questo non mi fa certo piacere. Ma mi chiedo se la libertà degli organizzatori, curatori, ecc. sia tale da andare avanti a tutti i costi o se c’è qualche diritto leso realmente (dignità dell’animale per esempio?).

Ho letto qualche commento in cui si accosta la petizione ai pericoli del nazismo! Ragazzi, ma perché dobbiamo sempre accostare vicende che non c’entrano l’una con l’altra? Non posso soffermarmi qui, ma il nazismo parlava di arte degenerata e dava fuoco alle opere, gli artisti scappavano…qui si sta sollevando una questione sulla liceità o meno di utilizzare determinati mezzi per una performance.

Ora forse questo testo, scritto di getto in mezz’ora tra una ricerca e l’altra, alzerà qualche polemica e qualcuno mi farà le pulci qui e là e mi dirà che non sono esperta, ecc. ma questo è un bene, se la critica non è un esperimento per secchioni.

Infine, due parole nei confronti delle affermazioni del noto critico che ha accostato Nitsch a Caravaggio dicendo che entrambi risvegliano non tanto la coscienza ma la sensibilità. Amo che si creino nessi tra passato e presente – sono la prima a farlo nelle mie ricerche e nei miei scritti – ma difficile dire in poche parole cosa cercasse Caravaggio con il proprio lavoro. Sicuramente era un rivoluzionario nella vita e nell’arte, che nella pulsante realtà trovava più materia artistica che nel modello da reiterare. Non so se l’austriaco sia un rivoluzionario, né se il suo scopo sia quello di risvegliare la sensibilità esorcizzando la violenza.

Il critico parla di arte “Che coinvolge il pubblico per restituire unità fra l’uomo e la natura” (Intervista con Claudia Brunetto, Repubblica, ed. Palermo, 24 giugno), rispondendo alle domande sulla necessità dello scandalo.

Ora, sarebbe da spendere fiumi di parole su cosa vuol dire scandalo, sull’estetica dell’orrido, del disgusto, ecc, (argomenti di cui, tra l’altro mi occupo da un po’ di tempo).

Piuttosto che parlare di scandalo (termine che mi fa pensare solo all’adulterio stile “Quando la moglie è in vacanza”), chiediamoci della legittima libertà dell’arte e dei suoi confini, oltrepassando il mito dell’artista bohémien incompreso dalla società. 

I tempi sono cambiati, servono forse altre rivoluzioni, altre passioni e certe volte rimpiango la forza di artisti forti, coraggiosi, che hanno davvero fatto la storia, e hanno vissuto in pieno il proprio tempo.

Quale è il tempo di Nitsch? Quale la sua protesta? Quale la rivoluzione? Chi sono i suoi nemici? Se la sua non è un’arte da museo perché ha un Museo a lui dedicato (l’unico che io sappia di un artista vivente immolato a mo’ di divinità) e fa mostre da decenni nei Musei?

Quale è dunque il legame con il presente? Riflettete gente, riflettete, io intanto mi leggo una biografia di un vero rivoluzionario morto duecento anni fa, J.L.David.

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Laura Fanti

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