Pensieri per la Galleria Nazionale

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Il seguente non è un articolo, ma una riflessione scritta in pochi minuti sulla visita a uno dei Musei più importanti di Italia, ex Galleria Nazionale d’Arte Moderna, ora Galleria Nazionale.

Ieri ho scritto degli appunti man mano che percorrevo la galleria, ma non li voglio riprendere, e voglio ripartire dalle foto che ho scattato e dai pensieri di adesso che si uniscono alle sensazioni di ieri.
E voglio restituire uno sguardo totale, non rivolto solo al Museo che era e che non c’è più, né cedere a facili entusiasmi per arditi e sensazionali accostamenti

Il Museo aveva bisogno di cambiare, dal foyer alle toilettes, dall’immagine del personale, che finalmente indossa una divisa, all’aria che si sente finalmente, fin dall’entrata.

L’idea di un Museo senza un percorso, senza numerazione delle sale potrebbe funzionare. Già altre volte ho scritto (e non solo io) dell’innesto della meraviglia come componente imprescindibile di un allestimento, prima di quello didattico.

Le sale divise per aree geografiche, alla maniera ottocentesca non potevano più andare, non ha senso produrre e replicare allestimenti di mostre ormai superate. E l’idea di un Museo che deve presentare ciò che viene prodotto in varie parti di Italia (come si faceva per l’arte che all’epoca era contemporanea).

Ho riflettuto anche sulla necessità di una separazione tra il XIX e il XX secolo. E mi son detta che non è fondamentale, che l’arte è trasversale.

L’illuminazione l’ho trovata ineccepibile in più punti. E non è fatto secondario.

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Ci sono opere che non risaltavano dal “polveroso” allestimento, altre a mio parere inutilmente in sala (pensiamo anche solo alla Sala Palizzi o all’eccesso di opere del Novecento italiano, che confesso mi irritava parecchio). Anche l’eccesso di opere risorgimentali a parer mio era da rivedere.

Oppure alla saletta sull’arte cinetica, evidenziata come un giochetto per bimbi anni Settanta.

Dunque, fin qui tutto bene. In fondo cosa stabilisce che un Museo debba necessariamente dedicare una sala ai Macchiaioli, alla pittura Metafisica e così via?

Tuttavia, non ho apprezzato l’ingresso, ma per niente se non per le tende tirate e la meravigliosa vista sul giardino. Quel tappeto e quei divanetti, gli sgabelli low profile e il bancone del bar sono davvero da cambiare. Non sono arredi da Museo, né angolo relax né caffetteria alla nordica, ma uno spazio di disagio, dove si passa e non si sa se si resta (o almeno non confortevolmente).

Le didascalie delle opere esclusivamente in italiano e ridotte all’osso, senza informazione sull’artista, no, sono davvero da rivedere.

Le sale, angoli di riflessione, con una divinità dell’Olimpo che ci accompagna a segnare il là, la specificità di quella visione: Artemide, ad esempio, in una sala con dipinti di paesaggio, Afrodite dove viene celebrata la bellezza muliebre, e così via. A intendere che l’arte non si sviluppa esclusivamente su una via retta, tra una periodizzazione e l’altra, ma supera il tempo, e un’opera può sparire o quasi non essere mai nata, per ritrovarsi e ritrovare (almeno) parte del suo senso a distanza di un secolo.

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Ma il visitatore è preparato a tutto questo? Basta segnarsi i nomi delle opere che ci sono piaciute e andarle a studiare a casa?

Rimango con il dubbio.

Altro dubbio è: cosa è il Museo oggi? Il Museo ha molteplici funzioni. Non è solo un “contenitore” (per ripetere vecchi concetti) ma un luogo di incontro, un luogo dove si fa cultura, un luogo inclusivo, dove c’è spazio per tutti.

Dunque, non entro in merito a polemiche istituzionali né voglio essere la storica dell’arte che grida all’orrore per quello che ha visto (nonostante la nausea provata in più momenti, ho cercato di superarla, di curarmi in un certo senso!), né fare la nostalgica per un Museo che fu.
Mi aspetto ora pero’ assistenti nelle sale (al primo piano non ho incontrato NESSUNO), una rivalorizzazione degli archivi e della biblioteca (fisicamente e spiritualmente, perché ci sono stata e mi si è stretto il cuore), iniziative culturali di respiro internazionale, da convegni, giornate di studi (e non presentazione di libri dei soliti noti), didattica a più livelli, giornate dedicate alle famiglie, incontri con gli artisti, cicli di conferenze, ecc. ecc.

Oltre a una rotazione vera delle opere e a un’attenta e scrupolosa opera di conservazione.

Ho scritto tutto cio’ perché il Museo è un insieme, e non dovremmo, noi studiosi e noi visitatori, limitarci a gridare allo scandalo perché un’opera è stata eliminata o perché ci perdiamo (tra l’altro la sovrintendente credo abbia proprio detto che il suo intento fosse quello di far perdere il visitatore), ma valutare il sistema Museo come è cambiato e in che direzione sta andando.

La Galleria Nazionale si occupa di arte, certo, e per questo scrivo che si deve porre attenzione alla conservazione. Ma anche alla sua valorizzazione, alla fruizione. Il suo compito è prezioso e difficile, non deve presentare una collezione di uova di dinosauro, ma opere della creatività dell’uomo, dello spirito del tempo, intrecci di conoscenze tecniche, di storia, di inquietudini, di storie, ecc.

Aveva forse senso quella roboante enorme sala sul Risorgimento, erede di un passato nazionalista?

E una sala che si chiamava “della Cleopatra” o quella dello Jenner, che non era neanche un artista?

Questo quello che ho scritto in venti minuti di un sabato pomeriggio.

Di getto e senza rivedere.

Poi magari rivedrò gli appunti e rivedro la Galleria e allora il mio sguardo e la mia penna avranno un altro spessore.

Il link wikipedia della vecchia Galleria:

https://it.wikipedia.org/wiki/Galleria_nazionale_d%27arte_moderna_e_contemporanea

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