Indagine sul senso di una nuova iconoclastia

Quale differenza intercorre tra icona e immagine? Quando un’immagine raggiunge lo status di opera d’arte e quando rimane a livello di icona? Viviamo davvero nella “civiltà dell’immagine”? Non sono una filosofa ma una critica d’arte che ha quelle conoscenze di filosofia, semiotica, linguistica e di Gestaltpsychologieche le consentono di tracciare un discorso più intrinseco all’arte e non solamente all’estetica. Voglio iniziare da ciò che in apparenza è il dato più banale perché ne parliamo in continuazione: l’immagine.

L’immagine è essenzialmente una rappresentazione di un’idea. Questa rappresentazione può essere mentale o “reale”: nel primo caso diamo vita all’immaginazione, nell’altro a realtà grafiche o segniche, che chiamo così per non definirle con leggerezza opere d’arte. Utilizzo il termine “segno” per indicare la traccia dell’immagine, consapevole della netta distinzione che la separa dal segno, formulata da Cesare Brandi in un bellissimo saggio nel 1960[1].

L’uomo ha iniziato a disegnare fin dall’epoca preistorica sviluppando, insieme alla rappresentazione grafica, una proto-coscienza artistica. Ma cosa differenzia un segno che vuole rappresentare un bisonte da un bisonte disegnato? Cosa dà lo statuto di opera d’arte a un’immagine? Nel primo caso ci troviamo davanti a un’icona, nell’altro a un’opera d’arte; nel primo caso il segno è qualcosa “che sta per qualcos’altro” in una data circostanza e quindi ha senso solo se riconosciuto all’interno di un codice dal quale è nato (per questo motivo lo utilizzerei come sinonimo di icona). Nel secondo caso l’immagine oltrepassa la cortina del fenomeno, va oltre le regole dei codici linguistici e forma un mondo a sé riconosciuto dalla coscienza dello spettatore o, per dirla in altri termini, dall’empatia indotta.

Un’icona non è necessariamente un’opera d’arte, così come un disegno o un dipinto non sono sempre in senso stretto “opere d’arte”. Qui entra in gioco un’altra riflessione: come spiegare il passaggio dalla traccia, dall’immagine all’opera d’arte intesa come realtà altra?

Da sempre l’uomo si dedica alle raffigurazioni visive, ma non sempre queste sono state percepite consapevolmente come opere d’arte. È ben noto che per arrivare a ciò si è dovuto aspettare il Rinascimento. La storia è lunga e la rappresentazione è arrivata in pochi secoli fino all’astrattismo, che non è altro che un grido dal duplice aspetto: cerco di arrivare all’arte più pura in assoluto, che non abbia alcun legame con la realtà (immagine?), che sia pura epifania, che sia e basta. E che dall’altra parte è la manifestazione estrema di un pronunciato nichilismo individualistico.

Voglio tenere a latere tutto ciò che ha a che fare con la nascita del mito dell’artista (vedi Nati sotto Saturno e La leggenda dell’artista[2]), perché entreremmo in un campo sconfinato, e tenermi più strettamente nell’ambito dello statuto dell’opera d’arte come creazione umana che genera a sua volta una realtà altra, quella del mondo sovrasensibile dell’arte.

L’immagine, per diventare opera d’arte, non deve essere antinaturalistica, bensì sublimare la realtà fenomenica. In questo senso, Brandi ci aiuta molto: la costituzione d’oggetto e la formulazione d’immagine rimangono, a mio avviso, i capisaldi della nascita di un’opera d’arte. Ed è proprio in questa direzione che mi servo del termine “immagine” contrapponendolo a icona, sebbene in semiotica siano spesso intercambiabili.

Trovo molto pertinenti le parole della studiosa Ave Appiano a riguardo: «L’arte figurativa è anzitutto immagine composta di “percetti” (cioè di prodotti della percezione visiva) e di strutture che ricostituiscono “modelli” (cioè di forme della rappresentazione della realtà) presenti nel pensiero»[3]. L’icona, invece, veicola sempre un messaggio, è strettamente legata a un significato, e non hai mai senso all’infuori di un sistema di comunicazione.

Viviamo allora nell’epoca dell’immagine? Non credo. Ci sono state epoche che vivevano nel continuo artificio. Penso a certi aspetti del Barocco, dove gli apparati effimeri erano all’ordine del giorno, oppure alla vita di corte in Francia nel Sei-Settecento, o all’epoca vittoriana, o, persino, alla mitizzazione del corpo nelle dittature. Cosa è cambiato oggi? Intendo negli ultimi venti anni. Non posso non citare la globalizzazione, ma non tanto una globalizzazione dei contenuti quanto una globalizzazione del pensiero, la cosiddetta omologazione, parola quasi caduta in disuso. Un’omologazione che tutto irrigidisce e che paralizza il pensiero.

Siamo una civiltà che sta perdendo il contatto con le immagini. Viviamo nell’iconolatria, nell’appiattimento semantico tra immagine e significato che può essere solo di una banale icona (naturalmente da questa terminologia escludo le icone sacre). E nella società dei simulacri, della prolificazione di segni lontani dalla realtà, se vogliamo scomodare anche Jean Baudrillard.

Dunque, un ritorno all’iconoclastia ha senso in questa direzione. La nostra non è una civiltà delle immagini ma una civiltà che tende a iconizzare tutto e tutti, a indicare ogni cosa. In realtà ci stiamo allontanando dalla cultura dell’immagine. Nell’iperattività dell’occhio, continuamente sollecitato e vittima di un’overdose di fotogrammi senza sosta, l’immagine, paradossalmente scompare. La percezione dell’immagine svanisce e al suo posto persiste una gelida icona: solo superficialmente nella nostra retina assorbiamo immagini. A venire meno è invece l’empatia, quella conoscenza fatta di emozioni, testa, corpo e memoria che ci aiuta ad innalzare un’immagine a opera d’arte.

Il punto: immagine come icona e immagine come opera d’arte. Abbiamo bisogno delle icone, di quell’autoreferenzialità che esse incarnano, e molta “produzione artistica” recente è sovraccarica di questa autoreferenzialità. Mi occupo di arte da un po’ di tempo e sento di interessarmi di un campo difficilissimo, in cui gli artisti sono milioni, in cui l’artista si mescola con il grafico, l’architetto, il fotografo, il regista. Conosco artisti che non rientrano in nessuna categoria,  non perché siano talmente bravi da oltrepassare lo steccato, ma perché si sono ritrovati “per caso” a fare gli artisti. A volte hanno studiato, altre no: costoro “fanno” qualcosa, hanno idee, ma non hanno nulla di quelle caratteristiche che permettono a un’idea di diventare un’opera d’arte.

Non posso augurarmi una vera iconoclastia perché senza immagine non c’è arte; è vero, però, che se per “iconoclastia” scegliamo il significato non tanto di “distruzione delle immagini” ma di “distruzione delle icone”, dei modelli statici, dell’assenza di empatia e di scambio culturale tra noi ed esse, mi trovo perfettamente d’accordo. E in queste righe non ho voluto sconfinare in settori ultra noti della pubblicità, del cinema, della televisione o di internet, perché era mio interesse entrare nello specificità dell’arte. Perché, a forza di parlare di immagine e di “età dell’immagine”, dimentichiamo completamente che chi si occupa di arte e di artisti si sta occupando di un’altra cosa.

pubblicato su Kritika, 24 agosto 2010

http://www.kritikaonline.com/indagine-sul-senso-di-una-nuova-iconoclastia/


[1] Cesare Brandi, Segno e immagine, Il Saggiatore, Milano, 1960 – Aesthetica, Palermo 1986.

[2] Rudolf Wittkower and Margot Wittkower, Born under Saturn: the character and conduct of artists: a documented history from antiquity to the French Revolution, Random House, New York 1963 [trad.it Nati sotto Saturno, Einaudi, Torino 1996]; Ernst Kris e Otto Kurz, Die Legende vom Künstler. Ein historischer Versuch, Krystall Verlag, Wien 1934 [trad. it. La leggenda dellartista, Bollati Boringhieri, Torino 1980].

[3] Ave Appiano, Come si legge un quadro, in Stefano Gensini (a cura di), Manuale di Semiotica, Carocci editore, Roma 2004, p. 196. «Se pertanto consideriamo il punto di vista della rappresentazione, lo studio del linguaggio dell’arte va ad accostarsi ai principi dello strutturalismo e della semiotica, per il fatto che l’opera d’arte è un oggetto comunicativo costituito di segni visivi organizzati in un sistema, che “stanno per qualcos’altro” e funzionano in un contesto figurativo e in un ambiente culturale. In quanto oggetto della percezione e dell’elaborazione mentale, leggere un quadro comporta altresì l’affiancarsi agli studi di psicologia della forma (Gestalt) e al cognitivismo, poiché l’arte figurativa è anzitutto immagine composta di “percetti” (cioè di prodotti della percezione visiva) e di strutture che ricostituiscono “modelli” (cioè di forme della rappresentazione della realtà) presenti nel pensiero».